top of page

Un po' di serie Amazon Prime, consigliate

Quattro serie Amazon Prime, consigliate dalla redazione.

Di Ajay Suresh da Wikimedia Commons


Raphael Bob-Waksberg e Kate Purdy


Di solito non guardo molto i prodotti targati Amazon Prime Video e la mia lista sulla piattaforma se confrontata con quella di Netflix è nettamente più scarna. Probabilmente per abitudine e frequenza di utenza e non per una scelta consapevole di mercato; per cui nessuna domanda su quale piattaforma offre prodotti migliori, più raffinati, e meno adolescenziali, ma un banalissimo “quali chiavi d’accesso ricordo prima?”. E quando finalmente le recupero scopro delle perle che non possono mancare nelle mie liste: Bojack Horseman e Undone. Bojack Horseman, serie prodotta da Netflix, è l’ironia allo stato puro, una spinta cupa nel cinismo più vivido. Mentre Undone, prodotta da Amazon Prime Video, è un piccolo universo surreale in modalità rotoscopica (come Waking Life e A Scanner Darkly di Richard Linklater). Cosa hanno in comune questi due prodotti? In realtà quasi nulla: format diverso, ambientazioni e reti sociali opposte, piattaforme streaming in competizione sul libero mercato dell’intrattenimento; però condividono Raphael Bob-Waksberg e Kate Purdy, ideatori e sceneggiatori di entrambe le serie. Undone, a differenza di Bojack, è meno conosciuta, meno irriverente, meno cinica, e dentro non c’è traccia di satira politica o di mimica da discarica sociale. Si tratta di un prodotto che esula dalla superficialità dei rapporti, e riflette piuttosto sulla sordità, sul multiculturalismo, sulla gestione della malattia mentale, sui difficili legami con la famiglia – anche come retaggio e peso. Tutti aspetti che la protagonista Alma tiene stretti come un nodo da sbrogliare per venti minuti a puntata. L’incidente stradale all’inizio funziona un po’ come la prima tessera del domin, perché da quel momento la routine di Alma – sorella sempre allegra, fidanzato comprensivo, madre fin troppo esigente – cambia totalmente. Ora deve affrontare il mistero della morte del padre e ricostruire allo stesso tempo l’identità familiare, a partire dall’infanzia. Undone sviluppa le vicende sulla ricerca soggettiva dei concetti di spazio e tempo – ed è qui la sua bellezza – attraverso i quali si crea una zona grigia dove tutto è possibile; qui la malattia mentale tocca delle profondità abissali perdendosi nel misticismo. In questo modo si apre a ventaglio un mondo di prospettive nelle quali è possibile rivedersi o perdersi - Giorgia Zoino.


John Carney


Da qualche tempo non riesco più a guardare o leggere delle storie d’amore: apro il libro, inizio il film, e dopo le prime venti pagine, dopo i primi venti minuti, chiudo tutto insofferente. Il fatto è che nelle storie d’amore più mainstream, che per lo più sono delle brutte storie d’amore, il corredo psicologico-sentimentale di cui sono dotati i personaggi sembra appiattito su quel sentimento, su quel genere di relazione: l’amore-come-feticcio. Per il resto, un’avvilente vuoto pneumatico. Ora, non so voi, ma francamente mi deprime l’idea di sorbirmi due ore o duecento pagine, per citare Bo Burnham, di «cleverly constructed ruse/ designed by a marketing team/ cashing in on puberty and low self-esteem» di plotoni di ragazzine in preda alla bufera ormonale. Per questa ragione, quando ho iniziato a guardare Modern Love, la trasposizione seriale dell’omonima rubrica del New York Times, ero mediamente sfiduciato: temevo la solita collezione di storie melliflue e stereotipate, fatte di occhi a cuore e sguardi da stoccafisso. I presupposti c’erano tutti, e il timore mi è parso legittimo, all’inizio: cast stellare, tanti buoni sentimenti, tantissima tenerezza e tanta, tantissima commozione. Ma ho capito subito che la sfiducia era immotivata. Modern Love è una delle serie tv più belle degli ultimi anni: la narrazione è molto equilibrata; non si accumulano i cliché; i personaggi non sono monodimensionali, non esistono solo per amare o accoppiarsi (hanno una vita, un lavoro, degli interessi). Altra bella qualità: le puntate possono non essere viste in ordine. Per esempio, la storia di Lexi (una magnifica, magnifica Anna Hathaway – a quando l’oscar?) è la più bella di tutte, e l’amore non c’entra: c’entra la possibilità di vivere, lavorare, coltivare relazioni e amicizie, e quindi anche amare, certo, quando si è affetti da un disturbo bipolare della personalità. Una volta Manzoni ha più o meno detto che di amore nel mondo ce n’è anche troppo, e che gli scrittori dovrebbero occuparsi d’altro – di altre idee, altri sentimenti. Può darsi che avesse ragione, ma da ammiratore mi aspetto un terza stagione - di Enrico Zappatore.


Andrea Di Stefano


L’uscita di L’eccezione di Madame e l’affissione di manifesti ovunque hanno fatto bene il loro lavoro: la serie incuriosisce. Bang bang baby è realizzata da Andrea Di Stefano, ispiratosi al romanzo di Marisa Merico L’intoccabile ed è distribuita da Prime Video. L’atmosfera tetra, i colori freddi, sui toni del verde, del rosso e del blu, con un sottofondo electro pop conferiscono al prodotto un carattere internazionale difficilmente presente nelle serie tv prodotte in Italia. Che sia anche un modo di riappropriarsi di certa fotografia anni ‘80, che è il decennio in cui trova spazio la vicenda, può essere. È una storia di sotterfugi, organizzazioni criminali, parole biascicate, minacce e riti di passaggio. In primo piano, l’adolescenza, il volere a tutti i costi fare i grandi, con i suoi rischi, tra tutti quello di non essere presi sul serio. Simile a Baby, meglio di Baby, per dirne una di simile per scopi e resa: si impone quindi un nuovo modello di storie di formazione, più legate al contesto problematico di certi segmenti sociali permeati di corruzione e illegalità, più che di scenari canonicamente da teen drama, la scuola superiore in cui non si diventa popolari come desiderato al primo anno, le sottotrame amorose di poco spessore ma che tirano avanti la stagione dall’episodio due in poi e il rapporto con i genitori. Da vedere anche dopo l’uscita dall’adolescenza, ma senza troppe pretese - Valentina Farinon.


David E. Kelley e Jonathan Shapiro


Nel 2014 Billy Bob Thornton è probabilmente il cattivo seriale più famoso della TV, soprattutto grazie al suo ruolo in Fargo – la serie tratta dall’omonimo film dei fratelli Cohen, bellissima. E infatti Amazon gli offre un ruolo da protagonista: deve interpretare un avvocato di Los Angeles caduto in disgrazia (Billy McBride), che trascorre le proprie giornate a girarsi i pollici in un motel un po’ squallido a Santa Monica. Il ruolo non è esattamente in linea con quello del gelido tagliagole (Lorne Malvo) che i Cohen gli avevano cucito addosso, ma Thornton accetta – bisogna essergli eternamente grati – e si cala alla perfezione nei panni di un personaggio consumato e stordito dall’alcol, ma alla disperata ricerca di una redenzione e dannatamente bravo quando si tratta di gestire i gangli giuridici di un grande processo. È che viene difficile non esaltarsi di fronte a un antieroe – stronzo e sagace – che gira tra l'uptown losangelina e i peggiori diner di Santa Monica a bordo di una Mustang Impala del 1969, rossa. Come te lo aspetti, se non così, l’eroico persecutore di corporation che fanno un mucchio di soldi a scapito di un mucchio di vite? Dice: “per esempio come Julia Roberts in Erin Brockovich - Forte come la verità”. E va bene, d’accordo: ma quella è Julia Roberts, maledizione. Menzione d’onore per il collettivo di comprimari perfettamente credibili e nella parte, come Patty Solis-Papagian (Nina Arianda), la logorroica assistente di Billy eternamente sull’orlo di una crisi di nervi ma capace di evolvere fino a diventare un personaggio tridimensionale, oppure Brittany Gold (Tanya Raymonde), una sex-worker che cerca di riscattare una vita di umiliazioni - Alessandro Bongiolo.



Post correlati

Mostra tutti

Comentarios


bottom of page