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Su "A thousand small sanities. The moral adventure of liberalism" di Adam Gopnik

C'è qualcuno a cui importa del liberalismo?


Dopo cinque anni di liceo classico uno si fa l’idea che esista una qualche qualità che si può chiamare saggezza, e che la Storia sia un movimento – pieno di sbandate, abbagli, incartamenti, tortuoso e inconsapevole quanto si vuole, ma fondamentalmente razionale – verso l’alto, verso la costruzione di un mondo più equo e gentile. Poi si cresce, si leggono certi libri, certe poesie, si ascoltano certe canzoni, si accumulano esperienze e, come accade, si cambia idea, e si capisce che non esiste nulla del genere: che la realtà non fornisce un preminente criterio di scelta che ci aiuti a stabilire quale sia la strada giusta per il genere umano, ma solo delle alternative che spesso si escludono a vicenda. Questa prudente consapevolezza, e cioè che non esistono quasi mai delle risposte conclusive ai problemi che ci stanno più a cuore, non solo aiuta a prendere molto meno sul serio la vita – e, più importante se si vive in questo paese (ci ritorno più avanti), a prendersi molto meno sul serio: a non avere le idee chiare su quasi nulla e a diffidare da chi ce le ha – ma è anche uno dei punti fermi della tradizione liberale. Vale a dire che un liberale autentico non pensa che sia necessario produrre un mondo cristallizzato in una gerarchia astratta di valori (lo penserebbe se fosse convinto che il genere umano abbia un destino, una natura intrinseca, se insomma ragionasse in termini costruttivisti); pensa invece che sia necessario produrre le condizioni migliori perché il maggior numero possibile di persone riesca a realizzare la propria umanità nelle forme e nei modi che preferisce. E crede anche che, per fare in modo che questo commovente traguardo venga raggiunto, non ci sia bisogno di essere d’accordo sulle cose che ci rendono umani o sul modo in cui bisogna stare al mondo, ma sia sufficiente un largo consenso sulla desiderabilità di leggi che tutelino il pluralismo e la tolleranza. Per il resto, ognuno se la cavi come meglio crede. Ora, è grazie a questo nobile modo di pensare se oggi crediamo che sia ragionevole permettere a tutti di decidere in pace a quali valori tendere o con chi avere dei rapporti sessuali, preoccupandoci piuttosto di contrastare la disponibilità alla violenza e al settarismo che alligna negli esseri umani; o che sia molto più importante ridurre al minimo umiliazioni e sofferenze, garantendo il diritto di tutti a una vita decente e più lieta, anziché avere un’idea precisa di come dovrebbe essere il mondo. Ma, soprattutto, è grazie a questo nobile modo di pensare, se oggi viviamo nella società più gentile, pacifica e inclusiva che l’occidente abbia mai conosciuto. Tutto sta a non voler imporre coercitivamente agli altri idee, valori o narrazioni che funzionano per sé stessi, nel dimettere ogni pretesa di universalismo.


Eppure, questi bei traguardi non sono di alcuna consolazione se si finisce nei guai: e si dà il caso che negli ultimi anni un mucchio di gente sia finita in guai piuttosto seri. Un improvviso licenziamento, la necessità di adeguarsi e di rinunciare alle proprie aspirazioni per sbarcare il lunario, la perdita di notevoli investimenti a causa di una lunghissima recessione economica: se si ha a che fare con faccende del genere, essere lasciati in pace può sembrare molto meno importante che, poniamo, avere una tavola di credenze, di precetti a cui ricorrere per cavarsi d’impiccio (e non importa, non importa mai, quanto vaghi o fumosi siano: basta che prospettino una soluzione). Di più: può persino sembrare un eufemismo per dire “sbrigatevela da soli”. Che fare, dunque? Cosa sacrificare e cosa tenersi stretti? Una risposta netta non esiste. E quella più ragionevole – se vedo bene – è che vale la pena essere ottimisti: che nel contrasto tra le opinioni vincerà la migliore, la più utile al nostro sviluppo; o, per dirla con Rorty, che «[…] se noi badiamo alle libertà politiche, verità e bontà baderanno a sé stesse».[1] Il fatto è che questa risposta sembra troppo piatta. E si capisce il perché: uno che sta perdendo la casa non ha molto tempo a disposizione per aspettare che dibattendo si trovi un modo per far funzionare le cose. Se la posta in gioco diventa troppo alta (la casa, la propria vita, il futuro dei propri figli), tutte le mediazioni che impone il parlamentarismo improvvisamente possono non essere più percepite come una garanzia, una tutela dei diritti civili e sociali, del pluralismo, ma come un ostacolo a soluzioni rapide ed efficaci, una specie di ossificazione per nulla attraente dell’ordine liberale. La questione non va liquidata sbrigativamente (in questo paese l’etichetta passe-partout del ‘fascismo’ viene sempre appiccicata con troppa fregola a istanze del genere, con il bel risultato di esacerbare umori e opinioni): si tratta di un sentimento di urgenza legittimo che va capito, e a cui bisogna anche cercare di dare una risposta. Del resto, come ha scritto Berlin,[2] non tutte le cose buone sono conciliabili, ed è del tutto evidente che in certi contesti sociali – come, che so, una pandemia – più valori, ciascuno dei quali largamente condivisibile, possano confliggere tra loro: e non è affatto detto che a spuntarla debba essere per forza la libertà; anzi, di norma la spuntano valori più forti, come l’uguaglianza o la giustizia, che in quel momento sono prioritari per un numero più ampio di persone.


Per questo ho trovato molto interessante l’ultimo libro di Adam Gopnik, A thousand small sanities. The moral adventure of liberalism: perché mi pare che Gopnik sia uno dei più bravi a mettere bene a fuoco questo nodo di problemi, e perché non si limita a scrivere un’apologia del liberalismo, ma lo racconta, ne mostra i punti deboli, gli errori, ne spiega l’attualità e soprattutto fa quello che dovrebbe sempre fare un liberale: prende molto sul serio le contestazioni, le accuse mosse dalle controparti. Ora, la traduzione italiana del titolo, Il manifesto del rinoceronte, riprende un’espressione usata da Gopnik nel primo capitolo del libro per contrapporre il fascino delle utopie costruttiviste – gli unicorni – al funzionale e sgraziato pragmatismo liberale; ma la scelta, mi pare, devia dal nocciolo del libro, che non tiene, se non in casi numerati, il discorso sul piano della teoria, dei principi, e che comunque non ha nulla di programmatico. L’idea, che è il basso continuo di tutto il libro, è che il liberalismo non si regge su impalcature filosofiche ben congegnate, semmai fa appello a quella common decency che si apprezza in un essere umano mirabile come Orwell; e insomma che sia un modo di vivere la propria vita in cui, più che le prediche e i catechismi, conta la disponibilità ad essere gentili con gli altri – a prescindere da chi siano, da quali opinioni abbiano e difendano – liberandosi dell’idea irriflessa che chiunque non appartenga alla nostra comunità, alla nostra cerchia, non possa che essere una persona ignobile. Con le parole di Gopnik:


«Facendo del liberalismo una questione di persone e di luoghi, non meno che di principi, forse posso contribuire a umanizzarlo ulteriormente, per una nuova generazione. Forse posso fare in modo che chi ha tratto beneficio dalla sua generosità ne detesti un po’ meno i difetti (che sono grandi) e veda un po’ più chiaramente le sue virtù (ancora più grandi). Potrei pure riuscire a mostrare perché la felicità del mondo dipenda – no: siamo liberali, possiamo soltanto dire «possa dipendere» – dalla sua rinascita. Continuo a pensare che sia una passeggiata che vale la pena di fare, una conversazione che vale la pena d’intavolare» (p. 32).

E di nuovo nelle ultime pagine:


«Il liberalismo non è una teoria politica applicata alla vita. Piuttosto, è ciò che sappiamo della vita applicato a una teoria politica. Ovvero, che il cambiamento positivo avviene un passo alla volta, poco per volta; che noi avanziamo nella vita percorrendo strade invisibili e – muovendoci a tastoni nell’oscurità – ci svegliamo ritrovandoci cambiati e a volte migliori. Che quanto non sappiamo è più di ciò che sappiamo, ma ciò che sappiamo è abbastanza profondo per potercene fidare. La vera forza nascosta della tradizione liberale è questo legame operativo con la vita che viviamo e la prassi sociale che mettiamo in atto» (pp. 257-258).

Ne esce un libro di filosofia politica documentato, serio, scritto con un linguaggio chiaro e accessibile – lontanissimo dal birignao paludato di molti filosofi – e soprattutto argomentato in maniera sempre brillante, con epidermica diffidenza tanto nei confronti dei concetti imprecisi, inesaminati, quanto della retorica, delle opinioni che hanno già il crisma del mainstream. Sono pagine in cui Gopnik riversa tutta la sua intelligenza e competenza di giornalista del New Yorker facendo molto bene soprattutto due cose. Da un lato sa colmare quello iato che esiste tra le astrazioni della filosofia politica e la vita per come è, riportando ogni idea, ogni principio a una misura più intima, sentimentale, umana (d’altronde il libro si apre con il tentativo di consolare la figlia dopo l’elezione di Trump; e anche con una meravigliosa dedica al padre). Non troverete una difesa del riformismo e della tolleranza altrettanto commovente:


«Il liberalismo accetta l’imperfezione come un fatto dell’esistenza. Ogni cosa presenta qualche imperfezione: alcune possono essere emendate, molte altre no. Correggere la crudeltà è, per uomini e donne, già abbastanza faticoso. Compito del liberalismo non è immaginare la società perfetta e guidarci verso di essa, ma indicare gli aspetti crudeli della società odierna e, se possibile, correggerli. Un’accettazione della fallibilità e, con essa, uno scetticismo apertamente dichiarato nei confronti dell’autorità: si tratta di emozioni liberali ancora più fondamentali dell’attenzione ai pesi e contrappesi tra potere esecutivo e legislativo. […] La compassione per le imperfezioni umane è un’emozione diversa dal perdono dei peccati. Quest’ultimo presuppone una chiesa che possa concederlo; la prima, invece, presuppone soltanto una comunità capace d’un sentire comune» (p. 43).

Dall’altro lato, Gopnik non cerca di sciogliere per via deduttiva, vecchio vizio dei filosofi, problemi che attengono prima di tutto all’immaginazione, all’emotività, al carattere di ognuno, e solo in un secondo momento ad aspetti della vita associata. Invece, si affida a uno studio faticoso, a un’osservazione sempre attenta del mondo per com’è davvero, e soprattutto crede che nessun ragionamento, per quanto buono, consenta di distillare un valore da un fatto, che è molto più prudente essere scettici, attenersi a verità autoevidenti, e che non si sa mai.


«Come si passa dalla razionalità liberale all’etica liberale, da «la scienza è reale» a «l’amore è amore»? La risposta onesta è che non si può fare, non grazie a una semplice regola qualsiasi. Il ragionamento liberale è un’azione in corso, sorprendente e attenta. Non è una deduzione da primi principi. Non possiamo dire: «Oh, la scienza» – oppure Dio, oppure la natura – «dimostra che il liberalismo è corretto». Il massimo che possiamo dire è che, stando all’esperienza, trattare come vere entrambe le proposizioni secondo cui l’amore è bene, e i fatti possono essere provati, tende a rendere felici un maggior numero di persone: funziona» (p. 238).

Un’ultima cosa sul modo di argomentare (e un elogio dentro l’elogio): Gopnik non è mai fatalista. Voglio dire che a differenza di molti liberali, che coltivano uno storicismo più radicale di quello, già assoluto, dei loro avversari antiliberali, Gopnik non pensa che senza conflitti, senza istanze mosse dal basso, le garanzie e le tutele che oggi riteniamo ovvie sarebbero comunque state imposte dalla logica delle cose: «[…] i liberali che non hanno imparato ad ascoltare le richieste di giustizia dei radicali non hanno imparato nulla dalla storia. La riforma è un processo continuo, raramente iniziato e completato soltanto dal liberalismo: in ciascun passaggio, è dovuto sorgere un nuovo movimento per la giustizia – per occupare parchi, incatenarsi ai cancelli, attraversare ponti e tenere testa ai cani della polizia (pp. 221-222)».


Quanto invece al contenuto del libro, non si legge Gopnik per capire qualcosa in più del mondo, per vivere con gli occhi aperti; per quello ci sono intellettuali come Rauch, Applebaum, Kukahtas, Berman, che hanno scritto pagine di rara intelligenza su questioni centrali come l’immigrazione, i fondamentalismi o quella che chiamiamo cancel culture. Si legge Gopnik perché le sue idee fanno riflettere, perché sono sempre interessanti, e non per stabilire se e quanto abbia ragione. Più o meno verso la metà del primo capitolo si legge per esempio:


«Riformare tutto, sempre? Sembra poco plausibile, giusto? La verità recondita è che il più delle volte quel che ci tocca fare è sempre la medesima riforma indirizzata a luoghi e persone diversi: la rimozione della crudeltà socialmente autorizzata. […] La prossima riforma è necessaria non perché le nostre idee sono cambiate, ma perché nuovi tipi di crudeltà vengono costantemente in essere o si rendono visibili. […] Il processo di riforma non conosce mai fine: non perché siamo sempre alla ricerca dell’utopia, ma perché nel momento in cui lo sviluppo della conoscenza altera le condizioni in cui ci troviamo, per modificare i nostri piani ci occorre una nuova interpretazione» (pp. 59-60).

Va bene, ma viene spontaneo chiedersi se davvero lo scopo possa essere solo quello, nobilissimo, di rimuovere la crudeltà, se davvero nessuna riforma presupponga almeno un marginale ripensamento delle proprie idee, quanto meno per evitare che perdano elasticità, che si sclerotizzino. Può darsi naturalmente che Gopnik abbia ragione, e che le nuove interpretazioni di cui dobbiamo munirci per cambiare le cose non debbano per forza accompagnarsi a un cambio di paradigma. Può darsi. Ma può anche darsi che lo scollamento tra le contingenze e una progettualità chiara, che a me pare di vedermi continuamente attorno (ma forse è per la demoralizzazione a cui costringe questo paese), sia una conseguenza di questo modo di procedere. Del resto, ci sono ottime ragioni per pensarlo: i valori, e Gopnik è il primo a riconoscerlo, hanno confini fluidi, che le traiettorie di vita degli individui attraversano a seconda delle occasioni, dei tempi, delle comunità di appartenenza. Fino a che punto, per fare un esempio sicuramente divisivo, una persona transgender può sentirsi offesa o ghettizzata da una vignetta in cui un talebano usa schwa e asterischi o da un professore universitario fortemente critico nei confronti dei gender studies? E, simmetricamente, se contro il professore e il vignettista si scaglia uno squadrismo mediatico feroce, e alimentato soprattutto dall’indignazione di certe minoranze, non sono anche loro vittime di una crudeltà speculare? Insomma, chi decide cosa è «crudele», e come? E, una volta che la decisione è stata presa, in base a quali criteri si sceglie che condotte di vita censurare e quali approvare? Scrive Gopnik:


«Si può essere liberali impeccabili e nondimeno credere che si debbano porre limiti precisi a ciò che si può dire nel discorso pubblico. […] L’incitamento all’odio è un problema reale e dovrebbe essere fermato; il Canada, per fare l’esempio più lampante, ha leggi robuste per combatterlo. Nell’ottica canadese, la negazione dell’Olocausto può essere considerata null’altro che una menzogna a danno della nostra memoria e una deliberata crudeltà nei confronti di chi è sopravvissuto ai campi. Non si può negare l’Olocausto: non si può perché è una bugia e perché fa male. […] Per rimanere liberale, dunque, la fede nella libertà di parola non deve necessariamente essere incondizionata. La tolleranza è una virtù positiva, ma ha dei limiti, i quali sono rappresentati dal danno arrecato a persone minacciate o marginalizzate» (pp. 204-206).

Il fatto è che la crudeltà, comprensibilmente, si misura in gran parte in base al grado di sofferenza che produce, e non alle intenzioni (il che è un peccato: le intenzioni – le pose, i toni – contano moltissimo). E però, se è giustissimo chiedersi se un’affermazione può umiliare o meno un essere umano (e io, come Gopnik, credo che possa), e quindi munirsi di procedure e dispositivi che impediscano o prevengano queste umiliazioni (e io credo che si debba), bisogna anche chiedersi fino a che punto è legittimo estendere logiche e codici che appartengono a moralità tribali a un’organizzazione sociale che voglia non solo tollerare ma salvaguardare al suo interno forme di vita e comunità anche molto diverse. Insomma, voler difendere un melting pot di identità costruito faticosamente nel tempo e legittimare nuove possibilità di autodeterminazione va benissimo; ma siamo sicuri che il modo migliore per farlo sia assecondare fantasie panpenaliste e fanatismi manettari, ossia gli strumenti preferiti dai populisti di ogni colore? C’è poi un problema che riguarda il modo in cui reagisce chi condivide questi codici (molti dei quali derivano da cambiamenti sociali chiaramente positivi), cioè servendosi soprattutto di faziosità, mistificazione, retorica, violenza e coniando questa forma allarmante e predatoria di zdanovismo per cui contano solo le letture di primo grado. Non è – anche – questo insieme di brutte qualità che contraddistingue un’azione deliberatamente crudele? E servirsene, anche se magari nelle intenzioni si vuole difendere una minoranza, non toglie il diritto di accomodarsi sullo stallo delle vittime? Se, come scrive lo stesso Gopnik, ci devono essere delle ottime ragioni per limitare la libertà, mi pare difficile trovarle in questa confusione di ruoli, di vittime e carnefici, di linciatori e linciati. Ma forse l’intera questione è posta male. «Nella mia società utopica – scrive Rorty – la solidarietà umana non sarebbe considerata come qualcosa di cui si deve rendere conto liberandosi dei «pregiudizi» o scavando in profondità nascoste, ma come un obiettivo da raggiungere. E non con la ricerca, ma con l’immaginazione: riuscendo, grazie all’immaginazione, a vedere gli individui diversi da noi come nostri simili nel dolore. La solidarietà non la si scopre con la riflessione: la si crea. La si crea diventando più sensibili alla particolare sofferenza e umiliazione subita da altre persone sconosciute».[3] Perfetto.


Gopnik, dicevo, ha una qualità rara anche fra i liberali più seri, e che non si finisce mai di apprezzare, specie in un paese propenso ad ascoltare i fanatici con un’idea fissa piuttosto che coloro che non hanno opinioni forti su quasi niente. Ovvero, è sempre attento a intercettare idee nuove e interessanti, da qualsiasi parte vengano, e non ha fretta di liquidare critiche e obiezioni. Le righe che ho citato sulla libertà di parola, per esempio, le scrive per rispondere a un argomento molto preciso della sinistra radicale, e cioè che la libertà di espressione sia meno importante del dovere di tutelare le minoranze, di non sentirsi minacciati. Uno può credere quello che vuole, e decidere da sé se Gopnik abbia ragione o meno, ma non può non riconoscere che la sua disponibilità al dialogo sia un tratto autenticamente liberale, e che insomma si fa così. In altre numerate zone del libro, invece, lo spirito milliano altrimenti delizioso di Gopnik lo porta a concedere, un po’ troppo, a caricaturare la realtà: «Gli studenti di college che lanciano uova contro la porta di una professoressa perché non gradiscono quello che ha detto non sono nemmeno lontanamente paragonabili a Fox News che trasmette un flusso costante di menzogne sulle persone transgender, sugli stupratori messicani e su tutto il resto». Qui, mi pare, la volontà di essere a giorno sul dibattito sbilancia il giudizio finale: il saggio che Anne Applebaum ha scritto un paio di mesi fa per l’«Atlantic» mostra chiaramente che le uova sono l’ultimo dei problemi, che ci sono persone che hanno perso il lavoro, ogni mezzo di sussistenza, che hanno pensato al suicidio. E liquidare in modo così sbrigativo le difficoltà che queste persone stanno affrontando – al di là del giudizio morale su quello che hanno detto o scritto: non crediamo mica nella legge del taglione, no? – significa non tenere in alcun conto la loro sofferenza. Insomma, sarebbe meglio non dare giudizi perentori, e provare invece a separare, a distinguere (come peraltro scrive lo stesso Gopnik qualche riga dopo): perché non è affatto detto che chi si trova strutturalmente in una posizione marginale, di debolezza, abbia sempre ragione quando s’indigna, quando protesta – soprattutto se lo fa causando altra sofferenza, altre umiliazioni. Bisogna vedere.


Nelle pagine di A thousand small sanities, poi, non manca mai una certa disponibilità a discutere anche le obiezioni più sciocche, frutto di intransigenze ideologiche, di esasperanti bias cognitivi. Un po’ perché non esiste opinione così sciocca da non poter essere discussa (a meno che non si voglia scadere nel paternalismo), un po’ perché Gopnik sa bene che dall’idiozia non è immune nessuno e un po’ perché se dal piano dei principi si vuole scendere a quello dei modi di vivere (su cui di solito ogni discorso teorico inizia a vacillare), bisogna fare i conti con l’irragionevolezza, sempre. Non è che serva leggere Gopnik per capire che “neoliberista” non vuol dire nulla – o vuol dire qualcosa di troppo equivoco (che poi è la stessa cosa) – che si tratta di un termine che ha subito un’inflazione schiacciante perdendo qualsiasi significato avesse in origine. È che leggere Gopnik aiuta a capire che perdere la pazienza, scuotere la testa o inarcare il sopracciglio infastiditi di fronte ad argomenti-feticcio non è una buona abitudine, e che è meglio cercare di capire le ragioni che portano il proprio interlocutore ad abbracciare una certa convinzione, anziché delegittimarlo. Insomma, perché litigare? Perché non preferire la gentilezza? In fondo, basterebbe contentarsi di poter difendere le virtù laiche e liberali senza pretendere che, nel dibattito delle idee, prevalgano e vengano accettate dagli altri. Ecco, questa virtù, questa ragionevolezza dialogante, attraversa tutto il libro di Gopnik. Ci si domanda quale intellettuale italiano avrebbe saputo scrivere di sé e del proprio tempo con tanto understatement – cioè senza maledire gli esseri umani, la loro stupidità – licenziando uno di quei rari libri che mettono voglia di rintracciare l’autore per fargli delle domande, delle obiezioni, sperando che un po’ della sua intelligenza ci aiuti a mettere in sesto le nostre di vite. Vengono in mente pochissimi nomi.



[1] Richard Rorty, La filosofia dopo la filosofia. Contingenza, ironia e solidarietà, Bari, Laterza, 2017, p. 102.

[2] Isaiah Berlin, Un messaggio al Ventunesimo secolo, Milano, Adelphi, 2015.

[3] ivi, pp. 4-5.

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