top of page

Su COMPLOTTI! Da Qanon alla pandemia, cronache del mondo capovolto, di Leonardo Bianchi

Come si esce dalla tana del Bianconiglio?


«Ti dico che è vero. Ovvio che non ne parlano, ma se cerchi bene, voglio dire se cerchi davvero bene, sai su certi siti, sui canali giusti, qualcosa trovi». Sono nel tendone da circa venti minuti e davanti a me ci sono altre dieci o quindici persone in fila per fare il tampone, così decido di chiudere Bellow e origliare. «Che poi il problema mica è che non ne parlano: che l’informazione è pilotata ormai si sa», riprende il filo la voce rauca. «È che stupisce, ma si fa per dire! si fa per dire!, che nessuno si renda conto di questa montatura enorme, di questa gigantesca stronzata che ci rifilano del virus letale e delle mascherine e del vaccino miracoloso e eccetera eccetera. È roba fatta in laboratorio! Da mo che ci provano in Cina, e non solo in Cina eh, mica ce l’ho con i cinesi io. Comunque alla fine ci sono riusciti a farlo, e noi qui in fila a farci tamponare il naso [sic]». Lei, scopro, davvero non ce l’ha con i cinesi: ce l’ha con Obama, Hilary Clinton, Bill Gates, e pure con Trump che ha lasciato perdere, che ha abbandonato il campo. È una seguace di Q. Mi guardo attorno un po’ a disagio, e mi pare di non essere l’unico: c’è chi si fissa le scarpe, chi sorride e scuote la testa, chi semplicemente fa finta di niente. Eppure nessuno prova a parlarle, nessuno la guarda, nemmeno io. Sarà che il tono esagitato e il modo di argomentare della signora sono indistinguibili da quelli di un attivista di Forza Nuova, sarà che la mascherina indossata in quel modo ha più che altro una funzione esornativa, e quindi sembra legittimo volersi tenere prudentemente alla larga, non dare alcuna confidenza; e ci saranno anche un mucchio di altre buone ragioni che ci spingono a non ficcare il naso, a pensare ai fatti nostri. Ma, anche volendo provarci, come si tira fuori qualcuno dalla tana del Bianconiglio?


Il fatto è che questa domanda ha poco senso se prima non si capisce quali trappole e bias cognitivi introducono nella tana del Bianconiglio, che tipo di dinamiche e processi mentali innescano, il settarismo che ne deriva. Un buon modo per farlo è leggere COMPLOTTI!, una newsletter gratuita scritta da Leonardo Bianchi che da un anno prova a spiegare cosa sono, come funzionano, nascono e si diffondono le teorie del complotto. Un modo anche migliore è leggere il libro che Bianchi ha pubblicato a novembre, COMPLOTTI! Da Qanon alla pandemia, cronache dal mondo capovolto (minimum fax), che per fortuna non è una raccolta delle puntate della newsletter cucite insieme (anche se il metodo e la bravura sono rimasti invariati). Bianchi ha studiato e letto moltissimo, e si vede: conosce un mucchio di storie, di casi di cronaca, sa vedere gli interessi economici dietro le teorie cospirazioniste, e cioè tratta il complottismo non solo come fenomeno politico-culturale, ma come industria, conosce la Storia ed è capace di raccontarla, di costruire deliziosi paralleli (per esempio, tra la fobia del 5G e la «radiofobia» degli anni Venti – sì, un secolo fa credevamo che le onde radio facessero divorziare le persone e uccidessero gli uccellini, e lo si scriveva pure sul New Tork Times), e ha letto i sociologi e gli psicologi che lo possono aiutare a contestualizzare le sue osservazioni. E dunque il libro si legge con profitto, prendendo appunti e imparando molto, grati a Bianchi per la scrittura asciutta, precisa, documentata.


Ora, il primo problema che si pone parlando di teorie del complotto è capire chi sono i complottisti. Una divisione netta noi-loro, per quanto possa rassicurarci, non sembra ragionevole: tutti bene o male possiamo finire per credere a qualche teoria cospirazionista (e probabilmente ci abbiamo creduto). Scrive Bianchi:


«[…] le teorie del complotto permeano ogni strato della società e si distribuiscono più o meno equamente sullo spettro demografico, socioeconomico, occupazionale, di genere, culturale e ideologico. […] La propensione a credere in una teoria del complotto è universale: tutti, almeno una volta nella vita, siamo finiti nella «tana del Bianconiglio» – ci siamo convinti dell’esistenza di qualche cospirazione fittizia» [pp. 36-37].

Ma non è solo una questione statistica,


«[…] le teorie del complotto affondano le loro radici in processi psicologici e cognitivi sviluppatisi perché comportavano un vantaggio evolutivo […]. Tra i principali figurano la propensione a scorgere (o a creare da zero) schemi ricorrenti in quelle che sono delle coincidenze; l’attribuzione della capacità d’azione e di pianificazione a un gruppo ostile; e la gestione dei pericoli» [pp. 38-39].

Il primo processo di cui parla Bianchi si chiama patternicity (o apofenia) e dipende in gran parte dal fatto che il nostro cervello è un prodotto dell’evoluzione, e quindi allenato a cercare pattern significativi nella lotta contro un mondo di cui fatichiamo a capire il meccanismo – e, figurarsi, è normale che nel processo di ricerca si commettano degli errori, si prendano degli abbagli. E però a me pare che una certa smania di istituire relazioni tra cose che non hanno nulla a che fare l’una con l’altra, o che magari c’entrano superficialmente qualcosa ma non si implicano affatto, corra un po’ ovunque, che cioè sia la condizione ideale dei nostri tempi. Per esempio, e pare rilevante, a scuola: dalla terza media fino alla quinta superiore, vince chi passa dall’Antigone alle derivate disegnando complicate reti di rapporti, scovando connessioni – e non importa quanto nominali siano, non importa se “che c’entra?” è la domanda che viene in mente più spesso. La regola è che a contare sono i rapporti che uno riesce a stabilire tra le cose, non le cose. Uno si chiede se sia davvero così larga la distanza che corre tra questo modo di ragionare, che pare cavato fuori a forza da Casa Howard («Only connect! That was the whole of her sermon») [1], e il pensiero magico-paranoide che trasforma la realtà in un sottobosco umbratile e porta a vedere dietro ogni evento un esito, una macchinazione di volontà stregonesche.


Mi rendo conto che devo essere grato a un certo numero di persone (non molte, ma tutte mirabili) se in questi anni ho imparato ad annusare certi libri più che leggerli, ad avvicinare e schivare all’ultimo certe idee, a intuire che distanza tenere da certi modi di fare dell’umanità associata. Il mio radar cognitivo ha funzionato così, e perciò sono abbastanza informato su come si ragiona senza che il mio modo di ragionare sia troppo condizionato dalla smania di collegare fatti, eventi, libri, epoche. Ma c’è chi è stato meno fortunato, e – certo – anche meno accorto, meno attento; e dato che il carattere uno non se lo sceglie, ma lo formano i tempi, gli incontri, le occasioni, viene da chiedersi se rinunciando a un po’ di questa retorica Ur-connettiva non si possano prevenire alcuni inciampi nella tana del Bianconiglio, se insomma il problema non sia – anche – il modo in cui pensiamo l’istruzione, la scuola, la cultura.


Ora, se è vero che «le teorie del complotto […] si distribuiscono più o meno equamente sullo spettro demografico, socioeconomico, occupazionale, di genere, culturale e ideologico», la probabilità di finire nel vortice cospirazionista sembra aumentare se si è a rischio declassamento, e cioè se cambia la percezione della propria situazione economica, del proprio status sociale; almeno è quello che sembra suggerire il risultato di un’indagine SWG condotta da Elisabetta De Giorgi e Gianluca Piccolino. L’indagine, per essere precisi, attesta il grado di scetticismo nei confronti degli strumenti usati per la gestione della pandemia (vaccino e Green Pass), non la disponibilità a credere nelle teorie del complotto, ma il dato che fornisce mi pare del tutto coerente con i casi raccontati da Bianchi. Il fatto è che non essere riconosciuti, vedere precipitare le proprie possibilità, dover rinunciare in buona parte ai propri desideri scatena il risentimento nei confronti di una società che si ritiene ingiusta, e questo risentimento alimenta la sfiducia nei confronti delle istituzioni e dei corpi intermedi, fomenta la rivolta. Due casi, tra i tanti che cita Bianchi, mi sembrano particolarmente significativi in questo senso: quello di Jürgen Conings e quello di Jitarth Jadeja. Le loro, a dire il vero, sono storie diversissime, con finali diversissimi (ma significative anche per questo: si entra negli ecosistemi del complottismo ripiegati sui propri patemi, assecondando il proprio risentimento; se ne esce riconoscendo che Kafka aveva la formula giusta: «Nella lotta fra te e il mondo, asseconda il mondo») [2]. Il primo, un ex-militare vicino ai movimenti di estrema destra, viene ritrovato morto nella riserva naturale del Dilserbos dopo aver cercato di uccidere il virologo Marc Va Ranst ed essere fuggito per giorni; il secondo, un trentaduenne australiano affascinato dalla politica americana, è riuscito a uscire dalla tana del Bianconiglio dopo un paio d’anni in cui ha continuato a seguire QAnon e credere nelle sue teorie. In entrambi i casi però, al fondo dell’adesione a teorie complottiste, c’è una profonda insoddisfazione personale, un risentimento covato a lungo. Questa è la lettera che Conings lascia alla compagna prima di fuggire:


«[…] i cosiddetti politici e ora virologi ormai decidono come dobbiamo vivere. Non fanno altro che spargere odio e rancore, più di quanto non facessero già prima. E nessuno si ribella a tutto questo. Se dici qualcosa, vieni punito […]. Voglio che tu sappia che ho fatto di tutto per non arrivare a questo punto, ma non posso più continuare a stare in questa situazione» [pp. 49-50].

E questo invece è il modo in cui Jadeja ricorda la sua gita nella tana del Bianconiglio su un subreddit che si occupa di «documentare, criticare e smontare» Q:


«Avete ragione, ragazzi… Q mi ha fregato» […]. «Credo di essere stato una facile preda», continua Jadeja. «Ero frustrato, vulnerabile e insicuro. Q ha dato un senso alla mia vita e, questa è forse la cosa più triste, mi ha regalato gioia» [p. 306].

Può darsi insomma che il complottismo sia una forma di soddisfazione vicaria simile, per certi aspetti, al nazionalismo: entrambi nascono dal risentimento, ed entrambi offrono una consolazione, un risarcimento immaginario a chi si sente sconfitto dalla vita. E spesso – Bianchi insiste giustamente moltissimo nel libro sui rapporti tra la politica, soprattutto quella di marca populista, e il complottismo – coesistono anche felicemente: dalla teoria della sostituzione etnica molte volte usata da Salvini, Le Penn, Orban o Meloni per legittimare politicamente retoriche xenofobe e scioviniste, fino all’assalto al Campidoglio dell’anno scorso. Ma sono soprattutto le caratteristiche dei complottisti nel loro agire nella sfera pubblica che ricordano il fanatismo nazionalista: l’attivismo, l’approccio manicheo e assolutista al dibattito, l’ostilità nei confronti delle procedure e dei dispositivi della democrazia. Voglio dire che i complottisti non si accontentano di dire che le società segrete, le élite troppo chiuse e autoreferenziali, sono una cattiva idea per la democrazia: se così fosse, si tratterebbe di una posizione ragionevole e ampiamente condivisibile. Il fatto è che la loro ostilità nei confronti di presunte cricche di potenti grosso modo responsabili di tutti i mali del pianeta è apocalittica: e s’intende che se c’è in gioco il destino dell’umanità, le chiacchiere sono tempo perso. Per battere la cospirazione c’è bisogno di una guerriglia senza quartiere.


Stando così le cose, stabilire come sia possibile aiutare qualcuno a uscire dal vortice delle teorie complottiste è piuttosto difficile: il debunking sembra peggiorare le cose (rafforza la psicologia da assediati dei complottisti, convincendoli definitivamente che la Verità non si trova sui media mainstream); il prebunking semplicemente non funziona; essere gentili, cercare di instaurare un dialogo, empatizzare, non è una soluzione praticabile su larga scala (uno ha tutto il diritto di non voler aver nulla a che fare con chi crede che i rettiliani dominano il mondo). Ma allora come si tira fuori qualcuno dalla tana del Bianconiglio? La risposta più ragionevole, temo, è che non c’è una sola risposta: bisogna vedere, non tutti i casi si assomigliano, e in gran parte dipende dalle ragioni per cui uno decide di credere a una teoria del complotto. Ma, constatato che l’argomentazione razionale non funziona, vale la pena tentare con Flaubert: sentirsi senza difese nella lotta contro un mondo maledettamente complicato da capire va benissimo, anzi è normale; ma vivendo s’impara anche che una buona parte delle cose che ci sembrano complicate lo sono nello stesso modo del cappello di Charles Bovary, e cioè assomigliano alla faccia di un imbecille.


[1] E. M. Forster, Howards End, New York, Alfred A. Knopf, 1991 p. 195: «Only connect! That was the whole of her sermon. Only connect the prose and the passion, and both will be exalted, and human love will be seen at its height. Live in fragments no longer. Only connect and the beast and the monk, robbed of the isolation that is life to either, will die».

[2] Franz Kafka, Aforismi di Zürau, Milano, Adelphi, 2016 (ed. digitale).

コメント


bottom of page