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Ogni collezione è un progetto di vita

Le collezioni non si completano, mai. E un bravo collezionista lo sa.


Gentile Filippo, Gentile Enrico,

ho questo problema: ogni volta che penso di essere vicina a finire la collezione, ogni volta che mi metto a cercare “l’ultimo pezzo”, trovo sempre qualcosa che riorienta e galvanizza le mie ricerche. Capita così che in pochi giorni riorganizzi tutti gli scaffali per fare un po’ di posto ai desiderata, per poi passare settimane a fare chilometri in macchina, a girare mercatini e antiquari ficcandomi a rovistare nelle peggiori stamberghe con la speranza di scoprire un’offerta, di trovare una delle poche copie. È estenuante: non riesco a entusiasmarmi per i nuovi ingressi che devo già mandare a monte i miei progetti di collezione e ripensare tutto daccapo. Che posso fare per uscirne?

Carla.


Cara Carla,

la vita di un collezionista è tutta un’odissea di sospiri rassegnati, di ricerche sconsolate, di rese umilianti, di cronici disorientamenti; un’odissea che può spingere persino a calarsi nelle peggiori chiaviche, se si ha il ragionevole sospetto di trovarci qualcosa. O almeno questo – in Somnium, una delle più belle intercenali di Leon Battista Alberti – è quanto una serie di associazione sinaptiche suggerisce a Lepido quando l’amico Libripeta (un incallito bibliomane) riemerge da una fogna a dir poco maleodorante: «Capisco. Avevi forse sentito che nella fogna c’erano dei libri antichissimi, e così tu, da collezionista di libri quale sei, ti ci sei precipitato». Non discutiamo che la vita di un collezionista sia una faccenda piuttosto dura, a tratti persino sgradevole, una faccenda che oltretutto ha la brutta abitudine di concludersi con un conto in rosso; ma non è affatto detto che una fogna sia un brutto posto in cui finire. Quella di Parigi, per esempio, è uno magnifico museo.


Ci sono queste pagine meravigliose in cui Victor Hugo, ne I miserabili, riflette sulla storia e sul significato delle fognature:

«La fogna è la coscienza della città. Tutto vi converge, tutto vi si mette a confronto; è buio in quel livido luogo, ma non vi sono più segreti. Ogni cosa ha la sua forma vera, o almeno definitiva, poiché il mucchio di spazzature ha in suo favore di non esser bugiardo. Là s’è rifugiata l’ingenuità. Vi si trova la maschera di Basilio, ma se ne vedono il cartone e le cordicelle, l’interno come l’esterno, mentre un fango onesto le dà risalto; e il finto naso di Scapino le fa compagnia. Tutte le lordure della civiltà, una volta fuori uso, cadono in questa fossa di verità alla quale mette capo l’immenso sdrucciolìo sociale, e, pur inghiottite, si mettono in mostra. Quella confusione è una confessione. Non più falsa apparenza là, non più truccatura possibile; il sudiciume si toglie la camicia, assolutamente nudo e distoglie dalle illusioni e dai miraggi; non v’è se non quello che v’è, che fa la sinistra figura di ciò che finisce».

Ecco, prova a immaginarti come una speleologa accucciata in questi mondi sotterranei e un po’ fetidi alla ricerca di qualche vecchio cimelio. Non sai se troverai qualcosa, né se quest’esplorazione confermerà o cambierà i tuoi progetti; ma sai che, rimosso ogni maquillage, ti troverai a fare i conti con la natura delle tue ricerche – con te stessa, anche – e magari imparerai qualcosa in più su quella concrezione di speranze, ambizioni e velleità che in superficie ti porti addosso come un peso, e che laggiù, grazie al “fango onesto” che le copre, appaiono limpidissime. La metafora diagnostica è più ricca di quanto pensassimo (d'accordo, forse ci siamo anche lasciati prendere un po’ la mano). Una disperata quête fognaria, l’aspetto della verità e infine un progetto mancato o, quanto meno, dal destino largamente incerto.


Comunque, niente di grave: la tua non è una perversione di qualche genere ma un’aspirazione costante all’euforia, al piacere. E a questo tuo vivere in equilibrio precario tra il disinteresse per le soddisfazioni raggiunte e l’ansia di ottenerne di nuove gli psicologi hanno dato un nome preciso: treadmill edonico. Una trappola cognitiva che ha mietuto vittime anche ricchissime e con un codice morale, diciamo così, molto più elastico del nostro – condizioni che ovviamente rendono molto più facile soddisfare i propri desideri. Per esempio, Scipione Caffarelli, il nipote di Camillo Borghese, su cui c’è un interessante aneddoto che crediamo valga la pena raccontare.

Succede che nel 1605, quando viene eletto al soglio pontificio e inizia a far costruire la propria villa sul Pincio, Scipione è ossessionato dall’idea di completare la sua collezione: gli manca un’opera del giovane Raffaello. Il fatto è che trovare qualcuno disposto a cedere un pezzo di tela su cui Raffaello Sanzio ha messo le mani è maledettamente difficile. E però, si dà il caso che Scipione avesse studiato a Perugia, dov’era conservata nella chiesa di San Francesco al Prato una delle tele più belle di Raffaello, ossia Pala Baglioni. Va così: Scipione ne parla con lo zio Camillo (papa Paolo V) che, dopo aver corrotto i governatori della città e i frati di guardia, di notte fa sottrarre lo scomparto centrale della Pala. I perugini, comprensibilmente, non la prendono benissimo e protestano. Scipione però non sente ragioni, sicché Paolo V con una bolla stabilisce una volta per tutte che la pala è esclusiva proprietà del nipote. Alla città, come risarcimento, invia una copia delle stesse dimensioni dipinta da Giuseppe Cesari, il Cavalier D’Arpino.


Inutile dirti, cara Carla, che quest’avventura non bastò a Scipione, che fino alla morte (a onor del vero sopraggiunta molto presto) continuò a cercare ossessivamente l’ultimo tassello per completare la collezione. Inutile dirti che non fu l’ultima volta che rubò e ingannò per ottenere quell’ultimo tassello. Il nocciolo della questione è che non importa quanti o quali mezzi uno abbia a disposizione: in un modo o nell’altro finirà sempre per inciampare nella propria umanità, che sia per qualche tranello della psiche o per una visita della petulante nera signora. Meglio arrendersi subito allora, e rassegnarsi all’idea che ogni collezione sia un progetto a cui destinare una vita di ricerche, delusioni, entusiasmi, miasmi e giravolte. Alla fine della ricerca non è detto che si trovi qualcosa, ma intanto si cerca, e questi atti di dedizione finiscono per allacciare i nodi di un’esistenza. Ci pare abbastanza.

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