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E se Putin tirasse la bomba?

Una pacata riflessione sul possibile uso dell'atomica.


È martedì mattina e, mentre cammino nella via principale del paese, decido di fermarmi dal mio edicolante di fiducia – quello che mi riserva i manga e le copie di Review. Entro con un sorriso scemo addosso, quello che vesto sempre quando so che un nuovo pezzo di carta sta per tornare a casa con me. E però, appena richiudo la porta dell’edicola, sento calare un certo gelo: la campanella all’entrata tintinna e fa come da spartiacque tra un “fuori”, dove la routine impegna i pensieri e in qualche modo bisogna pur sbarcare il lunario, e un “dentro” nel quale l’assenza di latrati e urla di ragazzini apre uno spazio dialettico per lo scambio delle afflizioni del momento. Faccio un passo avanti e sul bancone di Dino (l’edicolante) trovo ad aspettarmi la mia copia dell’ultimo numero di «Internazionale», ma diversamente dal solito Dino esita ad allungarmela e noto che sotto ai baffi curati non ci sono grandi sorrisi ad accogliermi. Davanti al bancone c’è un altro avventore: «Speriamo che quelli là stiano buoni eh, americani e russi dico. Ci mancano solo le bombe». La considerazione mi scuote un po’ e faccio caso alla copertina di «Internazionale» che, mi accorgo, ritrae un fungo atomico a tutta pagina. «Perchè va bene tutto, volersi difendere dai russi e il resto, ma condannarci tutti no eh. E poi sai come va a finire, no? Che saranno loro a guadagnarci». «Ma loro chi?», chiede Dino visibilmente spazientito. « Gli americani!» risponde l’avventore. Decido che ho sentito abbastanza, pago la mia copia di «Internazionale» ed esco.


Sono tempi interessanti e fin qui ci eravamo arrivati un po’ tutti, se non fosse che viverci è sconsigliatissimo da qualsiasi manuale di saggezza popolare, infatti mi pare che da un po’ di tempo a questa parte stia tornando in voga un certo millenarismo, forse persino peggiore di quello post Lehman Brothers o September-eleven. Ora, di questo genere di timore dell’apocalissi si può anche ridere e basta – e la tentazione è grande – ma, al netto delle stupidaggini, resta aperta la questione iniziale: non è che magari Putin la bomba la tira veramente? Credo ci voglia un bel coraggio ad avere certezze incrollabili in merito, perciò – evitando facili isterismi – vale forse la pena fare tabula rasa di quanto si crede di sapere su un possibile conflitto nucleare, che Kubrick descrisse così in una bella intervista su Dr. Strangelove:


«[...] decisi di trattare la storia come una commedia-incubo. Seguendo questo approccio, trovai che non interferiva mai con la presentazione di argomenti ben elaborati. Mentre eliminavo le incongruenze, mi sembrò meno stilizzata e più realistica di qualsiasi cosiddetta seria o realistica trattazione, che di fatto è più stilizzata rispetto alla vita stessa, per via della meticolosa esclusione delle banalità, dell'assurdo e delle incongruenze. Nel contesto dell'imminente distruzione del mondo, l'ipocrisia, le incomprensioni, la lascivia, la paranoia, l'ambizione, gli eufemismi, il patriottismo, l'eroismo e anche la ragionevolezza possono evocare un'orribile risata».

Certo, noi non viviamo in una “commedia-incubo”, ma forse nello spicchio di realtà da cui può essere tratta sì, perciò mi chiedo: cos’è che più ci spaventa delle minacce di Putin e del suo cerchio magico? Forse l’imprevedibilità, l’idea che abbia l’indice puntato su un grande pulsante rosso e che possa decidere deliberatamente di premerlo per il semplice fatto che ha il potere di farlo in quanto leader del «paese più grande al mondo dal punto di vista economico». Detto che la Russia non lo è – ha un pil di poco superiore a quello Spagnolo – e presa per buona la descrizione di Putin come l’uomo solo al comando che ha il potere di avviare a sua discrezione un conflitto nucleare (e anche su questo punto si può nutrire qualche dubbio), viene da chiedersi cosa avrebbe da guadagnare a impiegare «l’arma fine di mondo» per aver ragione dell’Ucraina? Se infatti, come sembra trapelare dai suoi discorsi, l’orizzonte temporale di Putin è quello proprio degli imperi millenari – al pari di quello cinese – uno scenario nel quale è altamente probabile una mutual self destruction dovrebbe essere scongiurato.


La principale obiezione che viene sollevata a questo punto solitamente tende a costruire uno scenario kubrickiano, ossia ci si immagina che Putin sia un pazzo con pieni poteri nella stanza dei bottoni – scenario, come ho già accennato, che a me sembra piuttosto improbabile, data la complessità delle organizzazioni militari dei paesi moderni. Se così fosse, va da sé che i possibili esiti della guerra sarebbero quasi imprevedibili; ma dato che non sono nuovi i casi di facili diagnosi e profilazioni psicologiche approssimative nell’ambito delle relazioni internazionali, credo sarebbe molto più utile cercare di applicare alcune analogie storiche. Prima però un disclaimer: le analogie storiche, esattamente come i tentativi di profilazione psicologica, sono operazioni rischiose e spesso approssimative, perché è difficile che le vicende umane si riproducano uguali in contesti sociali, economici, politici e culturali radicalmente cambiati. E insomma facciamolo pure questo esercizio, ma con la dovuta cautela: la storia non è magistra di nulla che ci riguardi. Fatta questa doverosa premessa, è anche vero che le scienze sociali hanno i loro modi per confutare alcune teorie, uno dei quali è l’individuazione di precisi elementi di continuità storica difficilmente influenzabili da variabili individuali, come l’attuazione di precise strategie politiche nell’ambito di uno specifico contesto strategico.


Un esempio storico calzante è quello che ha recentemente proposto Gideon Rose in un riuscitissimo articolo pubblicato su «Foreign Affairs» (What Nixon’s Endgame Reveals About Putin’s). La tesi centrale dell’articolo è che Putin stia attuando qualcosa di molto simile alla Madmen Theory del presidente americano Richard Nixon, il quale nel tentativo di risolvere il pasticcio internazionale del conflitto in Vietnam scelse una strategia spregiudicata per ottenere il maggior potere contrattuale possibile:


«Richard Nixon entered the Oval Office in January 1969 committed to the same objective as his predecessor – a negotiated settlement guaranteeing an intact and secure South Vietnam – but knowing that U.S. patience with the war was wearing thin. So he and his national security adviser, Henry Kissinger, decided to try bringing Hanoi to the negotiating table with sticks and carrots».

Il parallelismo è forse ancor più fondato se si pensa alla testimonianza resa in un’intervista da H. R. Haldeman, che era il capo dello staff del presidente:


«The threat was the key, and Nixon coined a phrase for his theory…. He said, “I call it the Madman Theory, Bob. I want the North Vietnamese to believe I’ve reached the point where I might do anything to stop the war. We’ll just slip the word to them that, for God’s sake, you know Nixon is obsessed about Communism. We can’t restrain him when he’s angry—and he has his hand on the nuclear button—and Ho Chi Minh himself will be in Paris in two days begging for peace».

L’obiettivo è chiaro: capitalizzare al massimo la forza deterrente della minaccia nucleare, anche considerata la credibilità aggiuntiva rappresentata dai precedenti – allora piuttosto vicini– di Hiroshima e Nagasaki, nel tentativo di atterrire i nemici e spostare la bilancia a proprio favore.


Verrebbe da dire che ci troviamo di fronte a un trembling hand perfect equilibrium, e cioè quel momento tesissimo del gioco nel quale uno degli attori fa intendere che potrebbe compiere delle mosse non intenzionali o irrazionali. Più chiaramente: la spregiudicatezza comunicativa di un leader può spingersi intenzionalmente fino a simulare la follia. Uno scenario da non escludere in un periodo storico caratterizzato dalla radicalizzazione di alcune leadership persino in paesi con collaudate procedure democratiche. Resta aperta la questione della strategia del secondo giocatore – all’epoca Ho Chi Minh, oggi Zelensky e la coalizione di paesi occidentali che lo sostengono. Probabilmente la mossa più logica è stare al gioco, scoprendo il bluff e disinnescando così l’arma negoziale rappresentata dalle testate nucleari.


A questo argomento un certo ambiente culturale assai sfumato, ma ben rappresentato nel loop dei palinsesti televisivi e nelle testate italiane, controbatte spesso accusando Zelensky e la NATO di agire irresponsabilmente, di volere un’apocalisse nucleare e che la difesa dell’Ucraina non vale il rischio. Tale argomento, oltre a essere insopportabilmente cinico, ignora un dato di fatto, e cioè che un paese con una tendenza imperialista, che sfrutta gli attriti esterni per legittimare la propria leadership – un perfetto esempio di applicazione della logica schmittiana, che distingue le parti in causa tra nemico e amico – si accontenti di una vittoria parziale e non ricorra, già nel prossimo futuro, a nuove escalation prendendo di mira i paesi limitrofi. Ancora una volta, il comportamento russo sembra un residuato della guerra fredda, una strategia mutuata da un contesto in cui, come ha giustamente notato Richard K. Betts, gli equilibri di forza erano invertiti e vedevano l’alleanza atlantica inferiore ai sovietici in forze convenzionali:


«[...] the West believed its conventional forces to be inferior to the Warsaw Pact’s. Today, with the balance of forces reversed since the Cold War, the current Russian doctrine of “escalate to deescalate” mimics NATO’s Cold War “flexible response” concept».

Un concetto strategico che sfrutta il potere deterrente della minaccia atomica per intervenire in tutti quei paesi percepiti come backyard, moltiplicando così le occasioni per la creazione di conflitti caldi nella periferia della Federazione Russa.


Tenuto conto di quanto detto finora, il dibattito sulla minaccia nucleare russa credo possa rientrare nel perimetro della mutua deterrenza. Questa convinzione, ben lontana dall’essere una prova di immotivato ottimismo, è ulteriormente suffragata dai dati sulle spese militari per il mantenimento degli arsenali nucleari. Russia e Stati Uniti – a seguito della de-escalation avvenuta a metà anni ottanta – si trovano oggi sostanzialmente in equilibrio dal punto di vista numerico, ma le spese di mantenimento dei rispettivi arsenali sono enormemente sproporzionate. Secondo il report 2021 di ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) gli Stati Uniti hanno speso circa 44 miliardi di dollari per il mantenimento di 5.428 testate e delle strutture connesse al loro impiego, mentre la Russia, pur avendo un numero poco superiore di testate (5.977), ha speso appena 8,6 miliardi di dollari per il funzionamento dell’intera macchina organizzativa militare nucleare. Questi numeri lasciano pensare che nonostante la teorica simmetria nelle capacità militari legate all’impiego di questi dispositivi la Russia abbia a disposizione una capacità distruttiva ben inferiore rispetto a quella minacciata e, conscia di ciò, non contempli la possibilità reale del cosiddetto first strike.

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