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Una pazza giornata in un circolo territoriale di Fratelli d'Italia

Un incontro ravvicinato con il futuro (forse) del paese.

Giorgia Meloni al CPAC


1.


«La vedi? Là, ecco, proprio là», mi dice picchiettando il dito su una foto che lo ritrae insieme a Giorgia Meloni, anche se in realtà non indica precisamente Giorgia (donna, madre, italiana, cristiana: conoscete il tipo, no?) ma un po’ più in basso, nel punto esatto in cui si stringono la mano, come a dire che lui ci ha creduto dall’inizio, dagli anni di Alleanza Nazionale. E infatti poi me lo dice: «È in quel momento che ho capito chi sarebbe diventata questa magnifica donna. Adesso ci siamo». L’uomo che mi sta parlando è un cinquantenne calvo, tutt’altro che scortese, forse un po’imbruttito dal lavoro o dall’età, con un fare sbrigativo e un accento marcato.


È andata così. Qualche settimana fa ho pubblicato questo pezzo in cui dicevo, tra le altre cose, che aizzare un feroce squadrismo mediatico contro un professore universitario critico nei confronti dei gender studies non mi sembra un bel modo di fare. Quel paragrafo (naturalmente del tutto estrapolato dal contesto, altrimenti non mi spiego l’apprezzamento – sospetto, anzi temo, sia colpa di uno screen) deve essere piaciuto a qualche elettore di Fratelli d’Italia, che ha pensato valesse la pena inviarlo a Vittore – chiameremo così l’uomo sulla cinquantina di cui sopra, dato che non ho chiesto né mi è stato dato il consenso per usare i nomi reali. Così Vittore ha chiesto un po’ in giro, ha ottenuto il numero e mi ha inviato un messaggio molto gentile: è di troppo disturbo? No, nessun disturbo.


«Mi spiace spuntare fuori così, i primi giorni di agosto…».

«S’immagini. Mi dica».

«Ecco, sì, ho letto quel suo articolo sull’ideologia gender».

«Veramente non mi pare di aver mai scritto di ideologia gender».

«No, voglio dire, quello sul professore e il vignettista».

«Ah…Sì, in realtà parlavo di un bel libro».

«Oh, capisco… Comunque sia ci piacerebbe incontrarla, chiacchierare un po’».

«Di?».

«Sa, le solite cose: del futuro, delle elezioni che ci saranno…».

«Mmm…».

«Mi scusi, devo proprio scappare. Allora a domani, alle nove».


Così venerdì mattina sono andato in centro, alle nove. Vittore mi aspettava seduto nel dehors del bar Roma, che ha la distinzione e l’eleganza di quei bar chic che ogni tanto capita di trovare in provincia, di solito gestiti da giovanissimi. «Che bel posto», penso, prima di vergognarmi di averlo pensato, perché, mi spiega Vittore, il bar l’hanno costruito negli anni ’20 ottenendo il permesso di demolire le mura medievali e usare il materiale di recupero per tirare su l’edificio. Lui ci viene solo perché i ragazzi che lo gestiscono ora sono bravi, e votano sempre. Non lo aggiunge, ma è chiaro che se non votassero Fratelli d’Italia lui mica ci verrebbe: i cornetti li fanno bene anche al bar Re Sole. Comunque, la vergogna brucia ancora, e la cricca di adolescenti ormonogeni appena arrivati, con la gazzarra che solleva, sembra il pretesto giusto per un riscatto, per riaffermare la distanza che c’è tra noi (so che non va bene, che getta una cattiva luce su di me): che fare con questi gruppetti fastidiosi che rovinano i giorni di mercato? Come reindirizzarli altrove? Che spazi offrirgli? Mi aspettavo la solita risposta, un po’ fuori scala rispetto all’importanza della questione, da conservatore duro e puro meloniano: decoro, tranquillità, duro lavoro. E invece. «A dire il vero non mi pare che diano fastidio più di tanto», mi ha risposto. La prima impressione avuta al telefono, allora, è evaporata (ma come sempre): avrei dovuto aspettare, avere pazienza, astenermi dal giudizio. Imparerò mai? Non so, ma intanto ho sviluppato una simpatia, diciamo così, epidermica per Vittore e ho deciso di accettare l’invito a passare il resto della giornata al circolo.


La foto se l’è portata da casa – in effetti, mi confessa, se la porta sempre dietro: «È la prova della mia stima, e poi metti che un giorno ci incontriamo di nuovo. Sarebbe bello, no?» – ma in sede ce ne sono molte altre. Già, la sede. Dico a Vittore dell’impressione che ho avuto arrivandoci e visitandola: l’infilata sgarrupata di falansteri, i cartelloni accatastati in un angolo con vere e proprie offese rivolte alle altre forze politiche. Perché qui? Perché in questo modo?


«Sì – risponde Vittore – non stiamo nella zona più bella della città, ma qui c’è molta gente a cui siamo affezionati. E poi in centro non c’erano locali disponibili o costavano troppo».

«E sta bene, uno fa con quello che ha a disposizione, ma la mancanza di gentilezza non si perdona».

«Vabbè ma i poster li hanno preparati i ragazzi per la campagna elettorale, e poi non è detto che li useremo, non vogliamo fare cortei o cose del genere, ma dipende da Letta. Perché guarda che loro stanno già iniziando a darci dei fascisti, a dire che siamo i peggiori d’Europa. Adesso mi dici che questi non sono insulti? Ti sembro un fascista io? Se ti insultassero che faresti?».

«Ma insomma io poi… Voglio dire, non siamo mica alle medie, no? Non è che se uno…».

«Ti difenderesti», tira dritto lui. «Può anche non piacerti, ma funziona così. A meno che uno non voglia sparire».


Non ho risposto, perché come dargli torto? Non è forse vero che succede sempre così? Eppure… Eppure niente. Vittore non se l’è presa per il piccolo screzio, e ha capito: non sono un fedelissimo, non ho nemmeno deciso chi votare.


Ora, uno lo sa già prima di arrivarci: se si va in un circolo di militanti, e quelli capiscono che non si è ancora deciso da che parte stare, il proselitismo va messo in conto. Se poi uno va in un circolo territoriale di Fratelli d’Italia, i familiari e i conoscenti che tradizionalmente votano a sinistra (e votare per tradizione non è meno grave che non votare affatto) si preoccupano: «Fratelli d’Italia? Davvero? Sarai mica diventato fascista!». Ma no, ci si giustifica, è curiosità, disinteressata ricerca sociologica, desiderio di capire, di studiare. Ed è vero: fino a qualche anno fa Fratelli d’Italia mi sembrava il portato morente di una destra antidiluviana, un partito di esagitati un po’ nostalgici magari, ma in fondo disinnescati, quasi innocui; ora francamene mi spaventa, mi spaventano i modi, le idee (valori italiani, identità italiana, cose anche più allarmanti). Come è potuto succedere? Com’è che la prima forza politica del mio paese mi fa paura? Può anche darsi che sia una paura fuori luogo, ma intanto.


Cinque minuti: non si pensa davvero di riuscire a restare più a lungo. Invece sono le undici, e sarà perché il nazionalismo, e le sue cattive maniere, non sembrano essere riusciti a ottundere la gentilezza di Vittore (cartelloni a parte), sarà perché adesso sono curioso di capire se si tratta di una deroga al genere di umanità associata che compone Fratelli d’Italia oppure no, ma l’idea è quella di restare, di conoscere anche gli altri. I circoli, mi spiega Vittore, devono avere almeno dieci associati, altrimenti non si fanno, ed è tutta gente che deve studiare o lavorare moltissimo nel territorio. Soprattutto – questa frase urticante me la ripeteranno almeno una decina di volte, e sempre con un’espressione piena di sussiego – è gente che «ci-mette-la-faccia». Obietto: ma i grillini non ripetevano sempre la stessa cosa? Che ci mettevano la faccia, dico. Vittore, dopo avermi lanciato un’occhiataccia per farmi capire che certe cose lì dentro non era il caso di dirle, riprende impassibile: noi siamo in sedici, un bel gruppetto, no? Lo dice con una certa soddisfazione – con orgoglio, anche –, e insomma si capisce che il circolo esiste in gran parte per merito suo: è lui che è andato a scovarli, lui che li ha convinti a partecipare, lui che ha presentato la domanda. Ma quanto alle ragioni? Cosa tiene assieme quelle sedici persone? Risposta: «L’ammirazione per Giorgia Meloni».


È una risposta che vuol dire molte cose, tutte abbastanza chiare, ma è anche una risposta evasiva. Insomma, va bene il ruolo chiave del leader, del capo carismatico, ma sedici persone adulte che si trovano una o due volte a settimana per discutere, prendere delle decisioni e programmare insieme la propria attività politica dovranno pur avere un orizzonte culturale e valoriale condiviso. E infatti lo hanno, l’orizzonte condiviso, ma il fatto è che niente è davvero semplice – uno, ascoltandoli, si fa l’idea che si tratti di un incrocio di risentimenti, frustrazioni, antipatie. Quando arrivano gli associati (sei, non sedici, perché si capisce che è difficile mettere d’accordo gente che fa lavori diversi, e ha degli impegni, degli hobby, una vita privata) la situazione è strana, persino buffa se vista dall’esterno: tutti appena varcano la soglia cambiano faccia, si entusiasmano, si galvanizzano a vicenda. Quando Vittore inizia a parlare del campo largo che Letta si augura di costruire, dell’accordo con Calenda (accordo ormai saltato, e uno non sa se esserne contento o demoralizzato), Più Europa, Verdi e Di Maio, gli associati raccolti intorno a un tavolo sesquipedale scuotono la testa. Sanno tutto, hanno visto, hanno sentito, bisogna fare qualcosa. Si fa avanti un tale, un professore di matematica del liceo, e drizzandosi sulla sedia esplode in questo flusso di coscienza: «Questi ci provano ancora ci provano da sempre! Prima abbiamo fatto la sceneggiata di Fiuggi per essere accettabili abbiamo rinunciato al passato ai nostri ideali e ora se Meloni dice quello che pensa la mettono in croce la costringono a camminare sui vetri! Ci vogliono tenere fuori ma non se ne può più non si può sempre fare così eh!». Intanto si guarda attorno, e gli altri annuiscono, gli danno ragione, e ripetono che è vero, è ora di finirla con queste alleanze sconce di tutti contro noi. Vittore chiede se sono tutti d’accordo, se pensano che si debba fare qualcosa per sostenere la campagna di Meloni, e loro dicono sì, lo pensano.


Sarà che a me piacciono le persone che non hanno bisogno di una Causa per vivere bene, soprattutto di una Causa tanto chiaramente distante dalla realtà, sarà la ridda di ritratti e cimeli appesi alle pareti che circonda il tavolo (dal padre nobile Almirante a un fazzoletto di stoffa firmato da Alemanno, se decifro bene l’incrocio di linee e curve – ma può anche darsi che sia una mia ricostruzione), o saranno entrambe queste cose, ma tira un’aria da inizio-di-un-era che – lo si avverte – potrebbe facilmente deflagrare da un momento all’altro. «Deflagrare» implica che il circolo consideri la violenza un mezzo legittimo, salvo che la differenza di percezione tra violenza inflitta e subita può essere moltissima, e, per esempio, quasi nessuno dei sei associati presenti in sede considera davvero «violenza» il blocco navale, o impedire a un omosessuale di adottare un bambino, o negare la cittadinanza (e tutti i diritti che ne conseguono) a chi vive e studia in Italia da almeno cinque anni. «Non è questione di essere razzisti», spiega Vittore dopo un’animata discussione sulla legittimità dello Ius Scholae, che si è poi trasformata in una discussione sulla legittimità dello Ius Sanguinis e dello Ius Solis e, più in generale, sul fattaccio di «dare la cittadinanza come certa gente dà via il culo». A dire il vero, più che una discussione, è una farragine di opinioni disinformate, sciocchezze e pure falsità: dal pretesto che in questo momento ci sono cose più importanti di cui occuparsi all’indo-bangladese sotto casa che fa un tale chiasso e chissà poi cosa vende.


«È questione – insiste Vittore – di mettere gli italiani al primo posto, di dare il lavoro, l’assistenza o le case popolari prima a chi è fieramente, genuinamente italiano. Mi vuoi dire che è una cosa razzista?».

«Beh, sì, a me pare un po’ razzista decidere a chi dare cosa basandosi sull’etnia. Insomma è roba da apartheid», ecco cosa starei per dire se Vittore non si fosse già girato verso il tavolo per chiudere la discussione nel consenso generale.

«Non c’entra essere razzisti, c’entra che bisogna trovare una legge che sia giusta per tutti».


Non sono davvero un ammiratore di Joseph de Maistre – che, per inciso, era un controrivoluzionario –, ma sono contento di averlo letto e che adesso mi torni in mente: «La legge giusta non è quella che ha effetto su tutti, ma quella che è fatta per tutti; la sua applicazione sull’uno o sull’altro individuo è solo accidentale» (Joseph De Maistre, Le serate di Pietroburgo). Che adattato alle circostanze significa pressappoco: non è che lo Ius Scholae cambi nella sostanza le vite degli italiani (qualunque cosa s’intenda per «italiani»); o meglio le cambia, ma non perché privilegia alcuni a scapito di altri: le cambia perché uno Stato che si preoccupa di tutelare il diritto alla partecipazione e alla rappresentanza democratica è uno Stato in cui non si deve aver paura di fare parte di una minoranza o di un’opposizione politica. Circostanza in cui a tutti, prima o poi, capita di trovarsi – e vale la pena chiedersi come si vorrebbe essere trattati.


2.


«Come tutti i siciliani «buoni», come tutti i siciliani migliori, Majorana non era portato a far gruppo, a stabilire solidarietà e stabilirvisi (sono i siciliani peggiori quelli che hanno il genio del gruppo, della «cosca»)». Queste due righe tratte da La scomparsa di Majorana riassumono abbastanza bene quello che penso degli esseri umani, della vita. Di più: sono il ritratto del mio amministratore ideale (sostituite italiani con siciliani: tutto chiaro, no?). Vale a dire un amministratore che lavora in sordina, con idee più o meno buone, ma che è disposto a barattare senza rimpianti ogni volta che la realtà ne mostra l’obsolescenza, un amministratore che non cerca di affermarsi con la propria presenza mediatica, con la forza della propria leadership. Più o meno il contrario di quello che sembrano pensare le persone riunite in questa stanza. Qui nessuno sembra davvero disposto a prendere in considerazione l’ipotesi che Giorgia Meloni possa sbagliarsi su qualcosa: che sia quanto meno esagerato definire l’appello dei sindaci «un abuso istituzionale»; o che ci siano delle ottime ragioni per sostenere che Erdogan sia un dittatore: «ma scusa che leggi ha infranto? Va bene, ha la sua stampa, e quelli del PD no?»; o che l’ideologia gender sia un problema posticcio. Si ragiona così: bisogna attenersi alla parola del leader, e il leader dice che c’è la lobby LGBTQ+, che è Draghi, non Erdogan, l’uomo solo al potere, il simbolo dell’autoritarismo. E s’intende che c’è una parola vera e una parola simulata, ossia il maquillage che il leader propina agli elettori indecisi. «Macché svolta moderata», sibila Carlo, un macchinista sulla quarantina che fino a un paio di anni fa votava Lega. «Giorgia sa che deve prendere alle spalle il PD, sa di dover convincere quelli che ancora non hanno scelto a non votare per quei sinistrati». Non posso fare a meno di pensare che forse sono tra i pochi a non sopravvalutare l’intera faccenda, a vedere le dichiarazioni che Giorgia Meloni sta rilasciando di recente per quello che sono davvero, e cioè poco più di un lip service per far digerire a «centrati e sinistrati» tutto il resto – ed è un resto piuttosto sgradevole: il blocco navale; i modi spicci e meschini di chi è abituato a essere comandato e vorrebbe comandare; l’idea cretina che più uno assume meno tasse dovrebbe pagare; l’idea ancora più cretina del Liceo Made in Italy.


Penso di intervenire, di citare Sciascia. Ma la verità è che queste persone non cambierebbero idea neanche se passassero un anno in Turchia e vedessero coi loro occhi cosa produce il gregarismo. Ora, non è che mi aspettassi davvero di cambiare idea su Fratelli d’Italia, ma speravo di convincermi che la vera colpa dei sostenitori (ripeto: dei sostenitori) fosse, come dire, la naïveté, la corrività. Invece quasi tutti qui sembrano accompagnare una scarsissima comprensione della realtà, una ridottissima esperienza della vita, a una sicurezza di giudizio che viene loro dalla fregola di agire, da una forte riluttanza al dibattito, da una fortissima insofferenza nei confronti dei corpi intermedi (giornali, magistratura), da un nazionalismo gretto e vicario e, soprattutto, da un’idea micragnosa di cultura (che identificano con un mix di scuola, campanilismo e posizionamento politico).


Per quanto riguarda Vittore, l’impressione sbagliata era la seconda.


«Allora», mi ha detto alla fine della giornata, «ti stiamo simpatici?».

«Mah, veramente no… È che a me la faccenda di Cloe Bianco non è proprio piaciuta…».

«Chi?».

«Sa, l’insegnante di San Donà che si è uccisa…».

«Vabbè ma quella storia è stata strumentalizzata! Che poi se tutti dovessero reagire così al dissenso…».


Sipario. Anzi no, un’ultima cosa: le prossime elezioni potrebbero essere l’occasione per scrollarsi di dosso un po’ di questa colossale bêtise, che consiste un po’ nell’esibizione delle virtù de noantri e nell’impallinamento dei viziosissimi nemici e un po’ in un patetico culto della personalità (che spesso dipende da un’idea esagerata di sé stessi, del proprio ruolo nel mondo). E non si tratta di posizionamento politico: non bisogna essere di destra o di sinistra per capire che il cameratismo non andrebbe incoraggiato, che è meglio ascoltare chi non ha le idee chiare su quasi niente, piuttosto che gli esaltati che agitano in continuazione un’idea fissa. Ma francamente non vedo ragioni per essere ottimista.

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