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Un po' di poeti della prima metà del Novecento, consigliati

Tre poeti consigliati dalla redazione di Qwerty.

Di cottonbro da Pexels


Sandro Penna


I versi di Penna sono essenziali, dolcissimi, precisi, circoscritti, sempre simmetrici. L’autore utilizza il titolo Poesie con consapevolezza critica, lo sceglie fin dall’esordio, nel 1939, e poi per il volume con cui nel 1958 mette insieme testi di diversa provenienza: non vuole dare connotazioni, non vuole definirsi in alcun modo. La semplicità, anche quando apparente, almeno sul piano metrico, è la cifra stilistica di questo autore, tanto spinta da lasciare interdetto (per fortuna) un lettore abituato ai voli pindarici, al citazionismo. Ci si trova davanti un monumento, una scelta lessicale spesso di matrice leopardiana, accompagnata da pochi e vivaci dettagli di una scena vista da lontano. Drammatico e innamorato, Penna scolpisce in brevi versi, invita al mistero con gioia, riconoscenza nei confronti della complessità. E lancia alcune domande essenziali, come dal profondo di un bosco o di un paese trafficato, piegato dalle industrie: «L’amore era lontano o era in ogni cosa?» - Valentina Farinon.



Carlo Raimondo Michelstaedter


Da qualche parte nelle sue aguafuertes, Roberto Arlt ha scritto che la letteratura non può avere la presunzione di rivelare chissà quale verità al lettore; simmetricamente il lettore non può davvero credere di riuscire, rovistando tra i libri, a spiegarsi cos’è una vita. Piuttosto la letteratura può definire, con il linguaggio più preciso possibile, delle circostanze endemiche che per noi non hanno un termine specifico: sentimenti o percezioni alle quali non sappiamo dare un nome. In pratica è una sorta di confronto a tu per tu, di rielaborazione emotiva che può tanto restare nella quiete della chiacchiera quanto portarci nelle sabbie mobili. Si può essere d’accordo o meno, dipende dai punti di vista, ma la critica serrata di Arlt, se vista al microscopio, rivela qualcosa di meno fallibile che una constatazione di parte: una sorta di egoismo di lettura, una liberazione momentanea e intima. Potrei farvi qualche nome e dirvi ad esempio che l’arsura di agosto descritta da Montale ricorda la costa siciliana della mia infanzia o magari della vostra. Ecco, la poesia, col significato di fare, ha questa abilità di plasmare una vetrina di parole talmente piene e dirette da sembrare concepite da noi lettori mentre leggiamo qualcosa. Un nome però ve lo dico, perché tra i tanti poeti del primo novecento, ce n’è uno non troppo conosciuto – Carlo Raimondo Michelstaedter – che ha usato aggettivi e costruzioni tutt’altro che emblematiche. Anzi, il rapporto tra un verso e l’altro, per quanto possa essere intricato ad ogni riga, è così crudo e diretto da farci sentire sollevati e spaventati insieme. La sua poesia, nonostante in molti l’abbiano accostata all’immagine del naufragio, è come un mare aperto e molto calmo, che indica semmai la piena libertà delle scelte individuali. La bellezza delle poesie di Michelstaedter è in ogni parola che si stacca in lettera singola, in ogni vita nella morte d’un pianto di una crisalide – per riprendere un suo verso – e servono a ricomporre nei contrari l’esistenza pezzo dopo pezzo con una delicatezza disarmante. Michelstaedter insomma ricostruisce qualcosa che sembra perdersi nel tempo e lo fa muovendosi in quelle zone grigie e incomprensibili, nell'attesa di scegliere dove cadere - Giorgia Zoino.


W.H. Auden


Quando in redazione qualcuno se ne è uscito dicendo che sarebbe stato bello consigliare tre o quattro poeti da leggere, ho pensato due cose. La prima: ma volete proprio che non ci legga nessuno. Chi compra oggi raccolte di poesie? E, soprattutto, chi è in grado di capirle? La seconda: ma quelli (i pochi) che ancora leggono poesie spesso sono i fan che Schlegel prende in giro in Frammenti critici e scritti di estetica: «molte poesie vengono amate come il Salvatore dalle monache». Poi però ho pensato che, se si riesce a guadagnare anche un solo lettore a Wystan Hugh Auden, è tempo ben speso. E allora il consiglio è questo: comprare e leggere Tempo presente, per almeno quattro ragioni. La prima è che Auden, soprattutto il giovane Auden, è uno dei pochi poeti del ‘900 che è possibile leggere e capire senza avere delle conoscenze specifiche sulla poesia moderna (fate la prova: leggete una sua poesia e subito dopo una poesia a caso di Thomas Stearns Eliot). La seconda è che Brodskij (ed esistono pochissimi essere umani più degni di ammirazione di Brodskij) ha definito Auden la più grande mente del ventunesimo secolo – forse esagerando un po’, ma poi uno legge versi come «But all the clocks in the city/ Began to whirr and chime:/ 'O let not Time deceive you,/ You cannot conquer Time.// In the burrows of the Nightmare/ Where Justice naked is,/ Time watches from the shadow/ And coughs when you would kiss» (As I walked out one evening) e cambia idea. La terza è quest’unico, magnifico verso: «the mercury sank in the mouth of the dying day» (In memory of W.B. Yeats). Se non vi mette i brividi, se non vi terrorizza, inutile che apriate una qualsiasi raccolta di poesie, perché difficilmente troverete di meglio - Enrico Zappatore.

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