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Un po' di cose da vedere a teatro, consigliate

Tre cose da vedere a teatro, consigliate dalla redazione.


Sarah Kane


Psicosi delle 4 e 48 di Sarah Kane è una apologia intima e intricata di ciò che la depressione comporta. Dico intricata perché se vi capita di leggerla o di assistere a una sua rappresentazione, è possibile che corriate il rischio di restare ingarbugliati in una spirale di parole e numeri interrotta solo dal silenzio e dalla ruminazione. La follia traghettata da questo cordone espressivo funziona come una totentanz – o i 24 Capricci op.1 di Niccolò Paganini –, che non serve a scovare qualcosa di orrido ma il non detto più profondo e taciuto per riserbo. Ed è qui che agisce il teatro di Sarah Kane: nelle pieghe di quello che qualcuno vorrebbe dire ma per una qualche castità sociale tace. Si potrebbe dire tanto su questo testamento artistico che sviluppa all’eccesso l’in-yer-face-theatre, ma molto può venire fuori applicando il dubbio percettivo dell’effetto Kulešov: quanto siete disposti a identificarvi? Psicosi funziona come un processo artistico che muta, si trasforma, si adagia di volta in volta sul palco per lasciare la traccia definitiva della sua confessione: «Una coscienza antica abita dentro una buia sala da banchetti accanto al soffitto di una mente il cui pavimento si muove in diecimila scarafaggi quando entra un raggio di luce non appena tutti i pensieri riuniscono in un’attimo di accordo un corpo che non espelle più nulla gli scarafaggi comprendono una verità che nessuno osa nominare» - Giorgia Zoino.


Familie Flöz


La Compagnia si presenta allo spettatore con maschere grottesche, musiche forti e un intricato susseguirsi di scene di interni ed esterni, sul palco e fuori dal palco, pur non spostandosi. È teatro di figura, narrazione corale: nessuna parola, nessun sorriso eppure sembra che parli e sorrida e ci racconti tantissimo, e con una dolcezza sovrumana. I personaggi sono tantissimi e affollano la scena con la loro energia, trasformando la sala intera e trasportandola all’interno delle dinamiche private dell’inconscio, ma anche dell’industria teatrale. Non è critica e non è ironia: è forza vitale sprigionata a ogni passo da un gruppo di artisti unici e poetici. Ecco, si può dire così: vedere a teatro la poesia senza le parole e l’amore senza i volti, questo significa vedere uno spettacolo di Familie Flöz. Nel caso specifico, potrebbe anche scapparci qualche risata - Valentina Farinon.


Riccardo Reim, Mario Piazza, Pëtr Il'ič Čajkovskij, Balletto di Roma


Non so se prima o poi il Balletto di Roma deciderà di riproporlo, ma dovrebbe. Un po’ perché i costumi disegnati da Maurizi sono semplicemente deliziosi (com’è deliziosa, più in generale, la scenografia) e un po’ perché è difficile veder rappresentato uno Schiaccianoci che non sia la solita strenna natalizia. Finora, per dire, non ne ho visti altri all’altezza di questo. Merito della rielaborazione di Riccardo Reim, che ha finalmente ripreso in mano il testo di E. T. A. Hoffmann – e non la versione edulcorata, quasi melliflua, di Alexandre Dumas padre – e della regia molto ragionata di Mario Piazza. D’altronde tutto, e intendo proprio tutto – dal susseguirsi delle immagini trasmesse dai televisori (un cartoon, spari, esplosioni, bombardamenti, un soldato in posa militaresca) al fascino un po’ inquietante degli schizzi infantili di Clara, dalle coreografie violente che si mascherano della musica rassicurante di Čajkovskij, all’esplicita violazione del mondo infantile (attraverso il sesso, i giochi di potere, gli abusi) – tutto, dicevo, sembra pensato per creare un clima piuttosto cupo, per far entrare nel sangue di chi guarda l’angoscia, la paura, lo straniamento di Clara. Nel valzer dei fiori, per esempio, la caleidoscopica frenesia iniziale dell’arpa crolla quasi subito, lasciando spazio alla voce più cupa e decisa degli archi, spezzando la stabilità ritmica del valzer – soprattutto verso la fine, quando si fa più esplicita la distruzione degli schematismi che ne garantisce l’ordine. O ancora il magnifico brano su cui danza la Fata Confetto, in cui le note ghiacciate della celesta sembrano vibrare e tracciare con divertita e crudele rigidità la traiettoria che compie il Male mentre finge di offrire una speranza, una soluzione magari. Come dicevo, non so se il Balletto di Roma vorrà riproporlo, ma perché non sperare? Intanto, vi invito a scrivere in massa (altrimenti perché avrei consigliato una cosa che non si può vedere?) - Enrico Zappatore.


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