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Pro o contro la 194?

Dove inizia il diritto o dove termina la legge?

Proteste femministe

Il 24 novembre l’Assemblea nazionale francese ha votato per l’inserimento all’interno della Costituzione del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. La proposta, presentata da Mathilde Panot del partito di sinistra radicale La France Insoumise, è stata approvata con 337 voti a favore e 32 contrari: si tratta di un segnale importante (specialmente dopo il fatto piuttosto spiacevole dello scorso giugno della Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization e considerate le attuali politiche europee – che continuano a tirare la corda tra questione privata e pubblica), un segnale, dicevo, che considera l’IVG non soltanto una questione legale o una ragione per dividersi, per accumulare consenso posizionandosi da un lato o dall’altro della scacchiera politica, ma un diritto fondamentale delle donne. Nel frattempo la politica italiana si barcamena tra le zone grigie di una legge che ha più di quarant’anni e che legittima la retorica degli attivisti pro-life: non è un caso che Giorgia Meloni si sia più volte espressa su un tema delicato come il diritto all’aborto sottolineando, senza rinfoderare la sua ambiguità, l’intenzione di non toccare la 194, anzi di voler «applicare tutta la legge». Anche la Ministra per le pari opportunità e la famiglia, Eugenia Roccella, in un’intervista ha confermato la direzione della politica in merito:

«[...] la legge 194 non si tocca, ma se una donna interrompe una gravidanza per motivi economici è un’ingiustizia. L’aiuto alle madri in difficoltà eventualmente non riguarda la questione della natalità, è una questione semplicemente di giustizia nei confronti delle donne, i figli non sono solo un privilegio dei ricchi quindi se una donna vuole un figlio ma per motivi economici ricorre all’aborto è una profonda ingiustizia».

Questo argomento, e cioè il diritto a essere madri anche in situazioni di fragilità sociale, lo aveva già usato Meloni in un’intervista rilasciata ad Avvenire l’11 settembre:

«Fratelli d’Italia chiede da sempre la piena applicazione della 194, a partire dalla parte rimasta disattesa sulla prevenzione. Intendiamo istituire un fondo per rimuovere le cause economiche e sociali che possono spingere le donne a portare a termine la gravidanza. E vogliamo anche sostenere i centri di aiuto alla vita, che fanno un lavoro straordinario e accompagnano le donne nelle loro scelte».

Ora, la scelta di insistere sulla prevenzione e di incentivare le misure che schivano o anticipano il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza – per esempio i fondi che FdI vorrebbe stanziare a favore delle associazioni anti-abortiste e per la promozione della ‘natalità’– mi pare che sia per gran parte un lip service: lo si premette, si insiste in maniera quasi ossessiva su questi punti, ma non si promuovono campagne per l’accesso gratuito agli anticoncezionali e non si tutela in alcun modo la scelta di abortire. Scelta che viene generalmente imputata a una condizione di forte svantaggio sociale. Eppure per capire che non è così basterebbe guardare i dati del 2020 pubblicati dal Ministero della salute, dai quali risulta che la percentuale più alta di donne che ha interrotto volontariamente la gravidanza è occupata e arriva al 46,5%, mentre il 22,3% sono disoccupate, il 20% casalinghe e il 9,3% studentesse.

Il fatto è che il contenuto stesso della 194 ne facilita la strumentalizzazione politica: molte delle dichiarazioni più infelici e delle proposte più conservatrici avanzate dal centrodestra – il cimitero dei feti, i 400.000€ stanziati in Piemonte per le associazioni antiabortiste grazie alla proposta dell’assessore Maurizio Marrone (FdI), il cittadino-feto di Gasparri o la “giornata della vita nascente” prevista per il 25 marzo – sfruttano enormi vuoti normativi e giocano su numeri che non vengono pubblicati (o, se esistono da qualche parte, sono piuttosto arbitrari).

Per esempio, la destra ricama molto sul fatto che le donne che ricorrono all’IVG in Italia sono sempre meno e che la percentuale di aborti negli ultimi trent’anni è stabilmente scesa. E però le ragioni di questo calo sono molte, e spesso hanno a che fare, più che con la moralità delle singole donne, con l’altissima presenza di obiettori di coscienza sul territorio nazionale (qualche dato qui), con la difficile reperibilità di ospedali che praticano l'IVG e in cui non ci siano medici obiettori di coscienza, con l’opportunità di un adeguato sostegno psicologico, con il fatto che la scuola di massa è un obiettivo che abbiamo raggiunto recentemente o che, da quando non serve la prescrizione medica, l’uso della pillola anticoncezionale è nettamente aumentato. Da un’indagine effettuata dall’organizzazione Luca Coscioni e da un’inchiesta curata da Chiara Lalli e Sonia Montegiove – “Mai dati”, sull’andamento dell’aborto in Italia – risulta che ci sono ventisei strutture sanitarie italiane con il 100% di obiettori di coscienza (medici, anestesisti e personale infermieristico), di cui ventidue ospedali e quattro consultori. Inoltre, diciotto ospedali hanno il 100% di medici ginecologi obiettori, quarantasei strutture superano l’80% di obiettori in organico e in undici regioni c’è almeno una struttura con il 100% di obiettori. Dati che dovrebbero aiutare a demistificare la trappola retorica di cui sopra e riorientare il dibattito: può anche darsi che sempre meno donne scelgono di abortire, ma bisognerebbe chiedersi quante tra quelle che avrebbero voluto interrompere la propria gravidanza non hanno potuto farlo perché dei buchi normativi o dei medici lo hanno impedito.

Insomma, se in Francia si è scelto di tutelare un diritto per legge, in Italia si continua a separare, a distinguere, a tutelare un concetto astratto di maternità a scapito della libertà individuale, della possibilità di scegliere. Perciò, se da un lato non toccare la 194 significa continuare a non penalizzare l’aborto, dall’altro significa anche non tutelarlo come un diritto e lasciare la situazione così com’è – il che vuol dire, tre le altre cose, legittimare gli interventi dall’alto, dato che lo Stato può stabilire la percentuali degli interventi finalizzati all’aborto nelle case di cura, e coinvolgere terze parti (eventuali tutori o padri biologici) nel processo decisionale.

Il nocciolo della questione, mi sembra, è questo: nella 194, che s’intitola significativamente “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, non si parla di modi, spazi e tempi per l’IVG, ma solo dei possibili ostacoli che impediscono alle donne di vivere completamente la propria maternità – in questo senso l’articolo 1 è chiarissimo: «lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile [eh?], riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio». Del resto, il contenuto dei ventidue articoli dà l’impressione di ritenere che l’unica ragione plausibile per abortire sia una condizione di forte svantaggio sociale o economico che preoccupa la donna, e quindi che sia necessario lavorare in questo senso (eliminando gli svantaggi, attuando delle politiche assistenzialiste). Non si contempla mai l’ipotesi che, semplicemente, una non voglia diventare madre per delle questioni di natura più intima, personale diciamo, o, che so, perchè si è dimenticata di prendere la pillola per un giorno o perché il preservativo si è rotto. Vale la pena, a questo proposito, citare l’articolo 5, il quale indica che «la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, disaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto».

Naturalmente, spiace per chi pensa che la 194 vada bene così com’è, capita che una donna voglia abortire a prescindere dalla sua condizione economica. In questo caso deve firmare un documento rilasciato dal medico in cui si attesta lo stato di gravidanza e la sua volontà di interromperla, per poi «soprassedere per sette giorni». In sostanza, le donne che hanno già deciso di abortire ricevono dal medico un certificato che dà loro sette giorni per “riflettere”. Eppure si sa che in questi casi i tempi sono fondamentali e, dato che si tratta di una scelta che condiziona il resto della vita, la settimana-di-riflessione avviene già in una fase preliminare e privata. Non si capisce quindi per quale ragione un medico dovrebbe rilasciare un certificato del genere – a meno che lo stato non pensi, paternalisticamente, che questa concessione sia l’unica occasione che hanno le donne per riflettere su una decisione che riguarda il loro corpo, il loro futuro e la loro vita.

O meglio: si capisce, solo che una fatica a capacitarsene. Anche su questo punto infatti la legge è abbastanza chiara: l’art. 2 definisce le strategie che i consultori e le strutture sanitarie devono mettere in campo per aiutare le donne a superare le cause che hanno portato alla scelta di interrompere la gravidanza; l’art. 5 spinge a esaminare delle soluzioni alternative alle cause alle quali si accenna nell’art. 2; l’art. 8 sollecita l’intervento dello Stato in una questione che è fondamentalmente privata. Nello specifico, l’art. 8 recita così:

«Il Ministro della sanità con suo decreto limiterà la facoltà delle case di cura autorizzate, a praticare gli interventi di interruzione della gravidanza, stabilendo:
1) la percentuale degli interventi di interruzione della gravidanza che potranno avere luogo, in rapporto al totale degli interventi operatori eseguiti nell’anno precedente presso la stessa casa di cura;
2) la percentuale dei giorni di degenza consentiti per gli interventi di interruzione della gravidanza, rispetto al totale dei giorni di degenza che nell'anno precedente si sono avuti in relazione alle convenzioni con la regione.
Le percentuali di cui ai punti 1) e 2) dovranno essere non inferiori al 20 per cento e uguali per tutte le case di cura».

Poi c’è la questione morale e professionale dei medici obiettori di coscienza. Ora, posto che sulla questione non ho le idee chiare (e cioè non so se sia giusto costringere i medici a praticare l’IVG e pensare che siano affaracci loro se poi devono convivere con rimorsi, sensi di colpa e bornout – anche perché mi chiedo quanto posso fare bene il suo lavoro un medico scontento e nervoso, quanto sia capace di far sentire la donna a proprio agio), credo che, comunque la si pensi, in nessun caso si dovrebbe ledere il diritto delle donne di abortire e che le strutture in cui si pratica l’IVG debbano sempre essere messe nelle condizione di accogliere le donne e di offrire loro il miglior servizio possibile in un momento tanto delicato. Per questo non sono contro l’art. 9, secondo il quale il «personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7 ed agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione». Non sono contro, dicevo; ma, se decidiamo che è giusto che lo stato tuteli le scelte e le ragioni personali dei medici obiettori di coscienza (che possono essere molte e molto complicate: è maledettamente difficile orientarsi tra traiettorie di vita ed esperienza tra loro diversissime, a volte anche traumatiche, dolorose), allora bisognerebbe pensare a un’alternativa che garantisca la presenza di medici non obiettori all’interno delle strutture ospedaliere che praticano l'interruzione volontaria di gravidanza. Altrimenti continuerà ad accadere quello che già accade, per esempio, in Molise, che è al primo posto tra le regioni con il 100% di medici obiettori. Nel frattempo si potrebbe pensare di far avere alle donne un registro o un albo di obiettori di coscienza, in modo che non debbano ripetere l’iter della richiesta per l’IVG in diverse strutture ospedaliere.

Resta aperta la faccenda – a cui è dedicato l’art. 15 della legge – dell’aggiornamento del personale sanitario e della necessità di strutturare delle campagne comunicative capillari e chiare sui metodi contraccettivi. Si legge dal documento:

«Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza. Le regioni promuovono inoltre corsi ed incontri ai quali possono partecipare sia il personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sia le persone interessate ad approfondire le questioni relative all'educazione sessuale, al decorso della gravidanza, al parto, ai metodi anticoncezionali e alle tecniche per l’interruzione della gravidanza. Al fine di garantire quanto disposto dagli articoli 2 e 5, le regioni redigono un programma annuale d’aggiornamento e di informazione sulla legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali esistenti nel territorio regionale».

Questo articolo permette di fatto alla Meloni di centrare le compagne comunicative sul tema della fertilità – nell’intento di aggiungere «un nuovo diritto» alla 194 – mentre bisognerebbe insistere in maniera più chiara sull’uso dei metodi contraccettivi e sulle pratiche abortive (per esempio, spiegando cos’è e come funziona l’aborto farmacologico con la Ru486), magari pubblicando anche qualche dato raccolto dalle regioni e delle singole strutture ospedaliere. Per fortuna, di questo se ne occupa Obiezione respinta (OBRES) che dal 2017 fornisce una mappatura accessibile dei servizi ginecologici dei consultori, delle farmacie e degli ospedali sul territorio.

Leggendo questi dati uno impara, per esempio, che, a differenza di quanto accade negli altri paesi europei (tranne Polonia, Ungheria, Lituania e Malta) e negli Stati Uniti, in Italia l’aborto farmacologico con la Ru486 (il mifepristone) non è consentito ovunque. Nonostante ciò, stando ai dati raccolti e commentati dall’Istituto Superiore di Sanità, il numero delle IVG con Ru486 è aumentato da 132 nel 2005 a 7432 nel 2011. Se fino al 2009 questo metodo abortivo era praticato solo in poche regioni, nel 2011 si è diffuso paradossalmente a tutto il Paese (ad eccezione delle Marche), per l’ottima ragione che l’aborto farmacologico è meno invasivo di quello chirurgico ed è più sicuro. Eppure solo nell’agosto 2020 il Ministero della salute ha pubblicato e aggiornato le “Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine”. A distanza di due anni, sono pochissime le regioni in cui è possibile abortire con Ru486 e l’Emilia-Romagna, il Lazio e la Toscana sono tra quelle più attive. Spiace dover constatare, citando Savinio, che davvero la retorica in Italia è pervasiva, e che in questo disgraziato Paese persino il diritto all’aborto si può negare, e si nega, per retorica.

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