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Come si ordina una collezione?

Un po' come vi pare.

da La migliore offerta


Gentili Enrico e Filippo,

dato che la faccenda mi pare grave, non voglio girarci troppo attorno: il fatto è che non ho la più pallida idea di come dovrei organizzare la mia collezione. (È grave perché colleziono prime edizioni ormai da sette anni). Al momento seguo un criterio d’urgenza, ordinando i libri in base allo spazio che riesco a trovare sugli scaffali già stipati, e capita che la prima edizione modestissima di Niccolò de Lapi, ovvero i Palleschi e i Piagnoni di D’Azeglio si appoggi a una serie di altezzosissime aldine, o che La cosa buffa di Berto si scorni tutti i giorni con Ragazzi di vita di Pasolini. Così però non si può continuare: l’ansia mi assale ogni volta che chiudo la porta dello studio, e ormai non dormo da giorni. Che logica dovrei seguire? Insomma, qual è l’ordine ideale? Con affetto (e gratitudine),

Domitilla


Cara Domitilla,

la risposta più breve è che non c’è un ordine ideale, quella più giusta è che ci sono tanti ordini ideali quanti sono gli ordinatori che hanno bisogno di trovarne uno. Già, perché è altrettanto legittimo non voler ordinare affatto, e insomma lasciare che la collezione riproduca, diciamo così, geologicamente l’ambiente in cui si trova. Quindi, dato che di ordinatori qui ce ne sono due, con differenti ossessioni e idiosincrasie, spezziamo in due la risposta.


1.


Intanto, non è affatto detto che il criterio geologico, come l’abbiamo chiamato noi (o d’urgenza, come l’hai chiamato tu), sia sbagliato: nel Seicento le collezioni venivano organizzate seguendo spesso una logica simile a quella che hai indicato, cioè badando più alle dimensioni dell’oggetto e agli spazi che bisognava riempire che alla qualità degli accostamenti fatti. Io, per esempio, non mi sognerei mai di affiancare la delicatezza e le velature di Bronzino alle masse di Carracci, eppure dentro Galleria Colonna i due condividono da qualche secolo la stessa stanza – e che io sappia nessuno ha mai protestato per l’accostamento. Spero solo che di notte, a porte chiuse, la pittura muscolare carracciana non bullizzi le pennellate così timide di Bronzino.


Venendo ai libri, credo che la mancanza di un ordine troppo vincolante sia addirittura preferibile – quanto meno per non rischiare di impazzire. Insomma, può darsi che il criterio migliore sia quello scelto da Aby Warburg, che decise di ordinare la propria sterminata biblioteca in modo tale che ogni interrogativo posto da un volume trovasse una temporanea risposta nel volume successivo. Può darsi. Ma può anche darsi che questo criterio sia la ragione per cui l’amburghese è uscito di testa – ti immagini cosa significa dover riordinare un’intera biblioteca ogni volta che leggi un libro nuovo?

Insomma, fai un po’ come ti pare, ma cerca di trovare un criterio che non ti costringa a ripercorrere ogni volta un centinaio di passaggi.


Filippo Biancotto


2.


C’è questa bella scena di un film di Dino Risi, Un’anima persa (tratto dall’omonimo romanzo di Giovanni Arpino), in cui l’ingegnere Stolz si infuria con la moglie per la sua scarsa sensibilità letteraria (in realtà perché è uno stronzo misogino – con l’attenuante della follia). Sbobino il monologo:


«Non è il disordine che mi disturba […]. Il fatto è che la poverina non è ancora arrivata a capire che certi scrittori soffrono: sì, soffrono a vivere uno accanto all’altro. Tempo fa prese l’Ulisse di Joyce, lettura aspra – no? – difficile. E infatti poco tempo dopo l’ha riportato in biblioteca. E sai dove è andata a collocarlo? Accanto alle opere di Goethe. Ma come si fa, dico io, a mettere accanto, a far vivere insieme, Joyce con Goethe, il classico, il serenissimo, l’olimpico Goethe. Come può Joyce non detestare Goethe? E viceversa».

Ecco, misoginia e stronzaggine a parte, questo è più o meno il modo in cui ho scelto di ordinare la mia collezione di DVD: dal cofanetto di Dino Risi che da di gomito a quello di Monicelli fino a Jacques Tati-Hulot che guarda stralunato gli sbuffi così poco inglesi di Rowan Atkinson (Mon Oncle, invece, da qualche settimana se ne sta a fianco a un curioso intruso: Verso un’architettura di Le Corbusier – accostamento del tutto casuale, s’intende, dato che da quel punto inizia la libreria, ma talmente riuscito che sarebbe un peccato separarli). Un po’ perché le griglie, le classi fondamentali che si usano di solito per ordinare una collezione di questo genere – la nazionalità, i generi, l’anno di uscita – mi sembrano delle gabbie davvero troppo rigide; un po’ perché in questo modo riesco a recuperare molto in fretta quello di cui ho bisogno o che voglio rivedere; e un po’ perché sono sinceramente grato che la mia vita abbia incrociato quella di Bergman, Truffaut o Antonioni, e incasellarli ricorrendo a questa o quella categoria non mi sembra un bel modo di fare.


Naturalmente questo non vuol dire per forza che l’unica via possibile per ordinare una collezione sia costruire una rete di affinità elettive, anche perché se uno colleziona, che so, oggetti della civiltà contadina, non ha molte affinità da scovare e usare. L’ordine giusto è quello che ti fa sentire a tuo agio, che illumina quelle corrispondenze che ti hanno entusiasmato, che valorizza i pezzi a cui tieni e ai quali dedichi una grossa fetta del tuo tempo. Se quando entri nello studio ti bastano pochi secondi per immergerti nella tua collezione, bene, lascia tutto così. In caso contrario, cercare di preservare il fascino che quei libri esercitano su di te, e che ti ha convinto a collezionarli, è senza dubbio la cosa migliore che puoi fare.


Enrico Zappatore

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